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* COPERTINA



* DATE
Dal 10 maggio (inaugurazione ore 17:00) al 05 giugno 2014




* DESCRIZIONE

 COMUNICATO STAMPA

La Galleria Elle Arte di via Ricasoli, 45 comunica che:
sabato 10 maggio 2014 alle ore 18,00 sarà inaugurata la personale di
FRANCO POLIZZI
PAGINE DI LUCE
a cura di Elisa Mandarà
In mostra ventisette opere, tra oli e pastelli, dedicati al tema del paesaggio siciliano.
Filo conduttore del percorso espositivo è la peculiare luce che pervade ed anima gli scorci assolati della campagna, le marine e i magici notturni dalle silenti atmosfere sospese .
Scrive Elisa Mandarà nel testo di presentazione:
[…] Se poi, come afferma André Derain, la sostanza della pittura è la luce, Polizzi rappresenta magistralmente quest’arte, essendo la sua essenzialmente pittura di luce. Metabolizzata la conquista del plein air, Polizzi imbeve le sue tele dell’oro della luce del Sud. Gli squarci paesaggistici s’accendono allo splendore d’una natura percorsa e mutata da mille vibrazioni atmosferiche […] È un’elegia della luce mediterranea, l’arte di Polizzi, che serba tracce di luminescenza impressionistica, a queste preferendo però la deflagrazione della luce. Non vi è un impiego univoco della luce, ora funzionale a una presa diretta della realtà, ora rarefatta in pulviscolo, quando il senso vuole dare di malinconiche lontananze, ora tutta aurea, nelle ambientazioni intimistiche, quando il pittore accarezza i corpi contornandoli di vibrante luminosità, ancor più simbolica perché avvicinata a toni smorzati, a zone di oscurità satinata. Tesaurizza il tratteggio incrociato di Rembrandt, Polizzi, che ripartisce spesso la scena in campiture d’ombra o di luce, in virtù di raggi lucenti intersecanti, perché sia tutto drammaticamente presente, tutto concretamente tangibile. Un secondo prima dell’oblio nell’ineffabile del sogno.
Della sua opera hanno scritto, tra gli altri: Guido Giuffrè, Marco Vallora, Marco Goldin, Piero Guccione, Lorenza Trucchi, Giorgio Soavi, Antonello Trombadori, Enzo Siciliano, Paolo Nifosì, Vittorio Sgarbi, Duccio Trombadori, Claudio Strinati, Marco Di Capua, Emilia Valenza, Lucio Barbera, Arnaldo Romani Brizzi.
Franco Polizzi vive ed opera a Scicli (Ragusa).

Sarà presente l’autore.
La mostra si protrarrà fino al 5 giugno 2014
Ingresso libero. Orari 16.30/19.30 (Chiuso Domenica e festivi)
Per informazioni tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it ; website : www.ellearte.it



* INFORMAZIONI

 Nota biografica

Franco Polizzi ha tracciato con grande eleganza il percorso alla sua arte. Nasce nel 1954 a Scicli, per lui molto più che poetico canovaccio paesaggistico: la sua luce, i suoi scenari naturali e architettonici costituiranno il sostrato profondo di un corpus ricco di motivi originali e suggestioni di ascendenza complessa. Scicli sarà, per il pittore, lo spazio edenico delle origini, quella matrice biografica metabolizzata e reinventata nel canto elegiaco del distacco, nella poesia altra del ritorno, quando Franco Polizzi, dopo una lunga permanenza a Venezia e poi a Roma, sceglierà di fissare il suo studio in Sicilia, in quel suggestivo lembo di Mediterraneo che è la provincia di Ragusa.
Immediata la vocazione alla pittura, come attesta il cursus degli studi: Scuola d’Arte a Siracusa, quindi Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove è allievo di Carmelo Zotti ed Edmondo Bacci, e dove si laurea brillantemente, ottenendo pure, come borsa di studio, la sua prima esposizione rilevante, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa.
Per Franco Polizzi inizia un percorso intenso espositivo, la cui prima tappa significativa è la X Quadriennale d’Arte di Roma, nel 1975.
Nel 1978 torna a Scicli, per riqualificare lo sguardo sui luoghi, per approfondire il problema dello spazio all’interno dell’opera, anche alla luce degli artisti cari, Piero della Francesca, Vermeer, Velasquez, Corot, Picasso, Morandi e, primo fra tutti, Bonnard. È in questo periodo che Franco Polizzi intreccia un sodalizio importante con alcuni degli artisti iblei più significativi, Piero Guccione, Franco Sarnari, Sonia Alvarez, Carmelo Candiano, coi quali costituirà il nucleo storico del Gruppo di Scicli, un progetto estetico di gruppo, se non di scuola, centrale nella promozione sovraregionale del territorio ibleo.
Nel 1984 sigla un accordo professionale con la prestigiosa Galleria romana “Il Gabbiano”. E sempre notevoli sono le gallerie che, nel tempo, ospitano le diverse collezioni dell’artista, tra le quali citiamo Forni (Bologna), Bergamini (Milano), Basile e Galleria 61 (Palermo), Il Sagittario (Messina), Il Cenacolo Piacenza, Il Tempietto Brindisi, Casa dei Carraresi Treviso.
Dopo la prima personale nella Capitale, sarà presente in numerose esposizioni internazionali, tra cui Art Exposition Chicago, Fiac di Parigi e Basilea, e nazionali, come la XXXI Biennale di Milano, il XXX Premio Suzzarra a Mantova, il Quarantaduesimo Premio Michetti a Francavilla a Mare. Al 1996 risale la splendida antologica a Treviso, presso Casa dei Carraresi, curata da Marco Goldin. Nel 1999 partecipa alla collettiva Elogio del pastello, presso Palazzo Sarcinelli, e alla XIII Quadriennale d’Arte di Roma, dove l’opera Torretta degli Iblei è acquistata dalla Camera dei Deputati. Segue la bipersonale con Sonia Alvarez, a Palermo, e le numerose collettive con il Gruppo di Scicli, tra le quali si riportano Bologna, presso la Forni, e Monza. Con Goldin è ancora a Palazzo Sarcinelli, nella mostra Per Amore.
Nel 2002 La rupe di Scicli è collocata a Palazzo Spadaro di Scicli, per commissione del Comune, e nel 2003 l’opera Luce dentro guadagna le pareti del Senato. Del 2004 è l’esposizione Sette artisti del Gruppo di Scicli per il Senato, ospitata dai Musei di San Salvatore in Lauro, a Roma, e dalla Galleria d’Arte Moderna “Le Ciminiere” di Catania. Nel 2005 espone in seno ad un Trittico disegnato da Marco Goldin per il Piccolo Miglio in Castello, a Brescia, quindi, nel 2006 è con una personale a Roma, presso la galleria “Andre”. Sempre nel 2006 espone a Palermo, presso la “Galleria 61”. Nel 2007, su invito di Vittorio Sgarbi, partecipa alla mostra Arte Italiana 1968 – 2007, presso Palazzo Reale di Milano, e nello stesso anno espone presso la galleria “Dir’Arte” di Modica. Nel 2008 espone presso le Antiche Fabbriche Chiaramontane di Agrigento col Gruppo di Scicli (con il quale condivide numerose kermesse espositive, tra cui speciale rilievo riveste quella del 2010, a Taormina, presso Palazzo dei Duchi di Santo Stefano) e in assolo presso la galleria “Quadrifoglio” di Siracusa.
Intensa l’attività espositiva attuale: a fine 2011 è invitato da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia e a dicembre partecipa alla collettiva Paso doble, presso la “Koinè” di Scicli, curata da Elisa Mandarà. Nel giugno del 2012 è tra i protagonisti dell’esposizione Viaggio in Sicilia / 5, realizzata su un Progetto di Planeta, presso Casa Planeta, a Menfi (Agrigento) e a settembre è a New York, presso la Bernarducci Meisel Gallery, in una mostra che raccoglie il Gruppo di Scicli, Contemporary Painters and Sculptors From Southern Sicily. La più recente e corposa personale è della primavera 2013, Polizzi. I giorni e le opere, affidata alle cure di Elisa Mandarà, al Museo della Cattedrale di Ragusa, presso Palazzo Garofalo. Apre il 2014 di Polizzi la partecipazione a due importanti collettive: Attorno a Vermeer, I volti, la luce, le cose (Bologna, Palazzo Fava), curata da Marco Goldin, e U Liotru, la leggenda di Eliodoro (Catania, Catania Art Gallery), a cura di Arnaldo Romani Brizzi.
Ricca la bibliografia critica, sostanziata delle voci di Lucio Barbera, Stefano Crespi, Marco Di Capua, Stefano Fugazza, Guido Giuffrè, Marco Goldin, Domenico Guzzi, Elisa Mandarà, Celide Masini, Paolo Nifosì, Giorgio Soavi, Claudio Strinati, Antonello e Duccio Trombadori, Lorenza Trucchi, Vittorio Sgarbi, Enzo Siciliano, Marco Vallora, Arnaldo Romani Brizzi.
Attualmente Franco Polizzi vive e lavora nella campagna di Scicli.

                                                          Testo di presentazione


                                   Oltre la cortina del finito, un’elegia della luce.

«Ciò che sembra esteriore è in noi che lo scopriamo. La nozione di cosa mentale, dice Leonardo da Vinci della pittura, può essere applicata a ogni opera d’arte». Citava il genio rinascimentale Proust, quando, nella Recherche du temps perdu delineava l’ideale di una pittura che, lungi dal risolversi in un mero intrattenimento estetico, va intesa anzitutto quale esercizio dell’anima. L’invisibile è la sola via per comprendere il visibile.
Che l’arte si collochi in una regione franca, mediana tra materia e spirito, sa bene Franco Polizzi. Il suo iter creativo, connotato nel tempo da una limpida e singolare coerenza, attesta ogni giorno che la pittura è primariamente se stessa, pennellata, colore, fisicità di relazione tra occhio, mano, corporeità del quadro. Comprova questa esaltazione dei valori pittorici, nel dettato di Polizzi, la predilezione che egli nutre nei confronti di artisti che, sia pure lontani dalla cifra polizziana, dal suo emporio tematico come dalle scelte di stile, perseguono una resa massima di quella che potremmo dire una pittura-pittura. Due per tutti, Richard Diebenkorn e Howard Hodgkin.
Ma l’arte Polizzi ha abbracciato simultaneamente nella sua accezione classica, quale culto del bello, omaggio sublime quotidiano al vero naturale. Sono fogli di realtà, le opere di Polizzi, fragranti di una bellezza sensuale, che origina dalla visione dei luoghi cari, il mare di chiarità di Sampieri, il terrazzo che affaccia a San Marco, la campagna che lontana Distanze, fino a perdersi nell’infinito lirico.
Spazi, questi, sottilmente indagati o liberamente restituiti, nel paradosso del disfacimento della forma fatta – qui uno dei tratti peculiari del virtuosismo polizziano, in dialogo libero con Bonnard – tra i quali domina, quale collante emozionale, la commossa partecipazione panica alle epifanie più smaglianti del creato. Questa immersione totale nel vero non è peraltro diretta: un filtro essenziale di intelligenza compositiva e di cultura figurativa s’interpone tra l’immagine retinica, sostanziata delle percezioni visive, i moti del cuore e l’invenzione che l’arte esige perché sia tale.
Si osservi l’impaginazione dinamica, sempre diversa, opera per opera, dei luoghi abitualmente visitati dalla vista, un rigoglio di immagini tradotte in rappresentazioni, ove il fremito della scoperta d’un nuovo fiore, il brivido d’un baluginio repentino nel cielo, la felicità nell’incendio dei gialli della stagione dei risvegli – in una parola, la passione per la potenza fenomenica del creato; passione non semplice piacere – Polizzi armonizza, senza frattura estetica, con la padronanza tecnica dell’olio e del pastello, con la sapienza raffinata del segno, che magro profila la silhouette delle cose del mondo, oscillando magnificamente tra realismo ed espressionismo, tra composizioni fortemente strutturate e destrutturazione dell’oggettività, tra visione e visionarietà, tra narrazione figurativa e trasfigurazione simbolica.
Non può non essere complesso lo specifico di un artista che milita nella battaglia sublime contro la perdita della memoria della storia dell’arte, dei maestri che lo hanno innamorato alla pittura, artefici d’un cosmo tradito e finanche negato da talune deteriori declinazioni del contemporaneo, che procede certo per avanguardie e costruttive sovversioni, ma anche per mendaci rivoluzioni del nulla. Non può non essere difficile la decrittazione di un artista, che alla autenticità dell’ispirazione accompagna una raffinata quanto variegata cultura. Figurativa, in primo luogo, di matrice francese e italiana, ma con una attenzione ricettiva verso il Novecento Americano, dispiegata in una mappatura non lineare, intricata, poiché da ogni caposaldo dell’arte Polizzi estrae e reinventa quel tanto di confacente al proprio temperamento. Cultura pure letteraria, sostanziata della linfa robusta novecentesca dell’esistenzialismo. E cultura cinematografica, che in Polizzi diviene precipitato caleidoscopico dei silenzi interiori di Wim Wenders, della pittoricità delle immagini di Antonioni, del senso arcaico e favolistico impliciti all’ironia e al dramma di Pasolini.
Si guardi a due lavori dell’ultima stagione creativa, Un istante e La strada per il mare. Soggetti paralleli. Possiamo quasi vivificare l’immagine del pittore che percorre un tragitto quotidiano, sotto i piedi la via, ai fianchi la macchia vegetativa mediterranea, davanti agli occhi – e al cuore – il mare. Salva la continuità estetica, sono due quadri profondamente differenti: lampi di visionarietà percorrono Un istante, frammento poeticissimo, che sospende per un attimo la caducità dell’essere, che arresta il divenire in prodigioso incanto, col linguaggio della poesia, capace di eternare la fuggevolezza del tempo, animando la ricchezza delle ombre colorate che s’allungano vive lungo il sentiero, chiamando l’innaturalismo cromatico e la polisemia di due pilastri che si fanno antichità di cariatidi, che vigilano alla scena come sentinelle del tramonto. Si ribaltano tutte le atmosfere nella Strada per il mare, che è cammino esistenziale, ove l’ombra è chiaroscuro di vita, che scomoda l’arte on the road, il motivo epico e romanzesco, letterario tout court, del viaggio.
In ciò l’essere artisti, nella capacità di conferire temperatura a un’opera. Nell’offrire come unica ogni opera. Nella punta di follia che impianta una pennellata astratta, quale direttrice verticale, nell’apparente semplicità di racconto in Primavera in giallo. In quella zona di tormento, estesa o minima, che è nota assidua nel corpus polizziano: dolore del transeunte, della velocità che ammala il mondo, che non sfama mai il nostro bisogno di assoluti, l’anelito all’eterno. Nella libertà di aprire occhi simbolici di sensibilità, che ci guardano di nascosto, da dentro la scenografia suggestiva di Finestra d’ottobre, là, in mezzo ai viluppi blu, che il calar della sera fa del fogliame. Nella parola impossibile tra cielo e mare, che Polizzi s’inventa, quando dona voce alla Pioggia lontana, che salda in musica la frattura tra reale terreno ed empireo, questo popolato da nubi che non sono nubi: sono le stesse anime alate che corrono in volo nell’area celeste e che l’artista intrappola nel candore commosso delle lenzuola, che ospitano, quale struggente altare, l’abbandono morbido d’un Nudo.
Se poi, come afferma André Derain, la sostanza della pittura è la luce, Polizzi rappresenta magistralmente quest’arte, essendo la sua essenzialmente pittura di luce. Metabolizzata la conquista del plein air, Polizzi imbeve le sue tele dell’oro della luce del Sud. Gli squarci paesaggistici s’accendono allo splendore d’una natura percorsa e mutata da mille vibrazioni atmosferiche, dal respiro sereno che pettina Drappo e bouganvillea, dall’aerea levità che accompagna la danza elegante della Luna che sale al tramonto, dalle valenze memoriali d’una luce ritmata coi tempi stratificati di Verso l’eremo tra le rocce. È un’elegia della luce mediterranea, l’arte di Polizzi, che serba tracce di luminescenza impressionistica, a queste preferendo però la deflagrazione della luce. Non vi è un impiego univoco della luce, ora funzionale a una presa diretta della realtà, ora rarefatta in pulviscolo, quando il senso vuole dare di malinconiche lontananze, ora tutta aurea, nelle ambientazioni intimistiche, quando il pittore accarezza i corpi contornandoli di vibrante luminosità, ancor più simbolica perché avvicinata a toni smorzati, a zone di oscurità satinata. Tesaurizza il tratteggio incrociato di Rembrandt, Polizzi, che ripartisce spesso la scena in campiture d’ombra o di luce, in virtù di raggi lucenti intersecanti, perché sia tutto drammaticamente presente, tutto concretamente tangibile. Un secondo prima dell’oblio nell’ineffabile del sogno.
È attualità effimera la bellezza, lo sa bene Franco Polizzi. Ma l’arte sa ingannare la falce del tempo, stornarne la forza, velarne la tristezza per un attimo eterno. Basta seguire quella linea rosa, lì, nel cielo d’Un istante, evasione e legame col mondo, per eludere le esattezze della normalità, per aprire un varco alla permanenza della memoria, per dissetare, in un palpito, la nostalgia d’infinito.









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