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* COPERTINA



* DATE
Dal 04 ottobre (inaugurazione ore 17:00) al 23 ottobre 2014




* DESCRIZIONE

COMUNICATO STAMPA
La Galleria Elle Arte di via Ricasoli, 45 comunica che:
sabato 4 ottobre 2014 alle ore 18,00 sarà inaugurata la personale di
GIOVANNI LA COGNATA
PITTURA

 
Le trenta opere ad olio in mostra, realizzate dall’artista tra il 2007 e il 2014, riproducono figure, ritratti, paesaggi e scorci urbani.
La forza creativa di La Cognata si esprime nel solco di una pittura solida, corposa , carica di materia e di abbacinanti cromatismi, supportata da una inconfondibile cifra stilistica. Giovanni la Cognata è nato a Comiso (Ragusa) nel 1954. Inizia in giovane età a dedicarsi alla pittura, dopo aver concluso gli studi all’Istituto d’Arte della sua città.
All’inizio il suo lavoro si incentra sul ritratto, per approdare poi al tema del paesaggio. Grande interprete della luce mediterranea, l’artista ha dichiarato : “I paesaggi sono come volti, esprimono emozioni”.
Nei primi anni ’80 si trasferisce a Milano , dove vive ed opera per una decina d’anni.
Decide poi di rientrare nella sua Sicilia, per ritrarre con vena vibrante l’azzurro dei cieli, il giallo dei campi, il verde degli alberi.
Scrive Antonio Mercadante nel testo di presentazione alla mostra, a proposito dei noti scorci urbani di La Cognata: [...] non c’è nessun racconto puntuale a interessare l’artista, se non quello della luce. Non un fatto si svolge lungo quelle strade o su quelle facciate di case che non sia un fatto di luce, tanto più detta e vera quanto più capace di disporre i suoi effetti sulle superfici, costruendo la consistenza tattile dei materiali. E bisogna avvicinarsi, leggere le pennellate costruttive, seguire l’evoluzione dei toni, le luci rilevate, le ombre, le distanze, l’aria che distingue i piani, nell’alternanza di dettagli puntuali (i chiari riverberi riflessi tra le stecche delle persiane, i ferri dei balconi, le gronde, i coppi) e di pure sensazioni cromatiche; il tutto espresso con rapidità e maestria, senza mai compitare a modo, senza alcun bozzettismo aneddotico. [...]
La Cognata vive e lavora a Comiso.

All’inaugurazione sarà presente l’autore.
La mostra si protrarrà fino al 23 ottobre 2014
Ingresso libero. Orari 16.30/19.30 (chiuso domenica)
Per informazioni tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it ; website : www.ellearte.it ;
www.giovannilacognata.it



* INFORMAZIONI

TESTO DI PRESENTAZIONE


Paesaggi, paesaggi urbani, figure, ritratti. Non fosse per l’assenza, almeno in questa mostra, di nature morte, il repertorio di Giovanni La Cognata ha tutti i caratteri per essere preso come una dichiarazione di appartenenza. Un pittore. Un pittore che non rimugina fermenti interiori in forme astratte, invase, proprio perché astratte, di “altri” significati, ma svolge il racconto della sua visione poetica del mondo (ciò che dal mondo gli suscita emozione pittorica) dentro i canoni dell’intelligenza figurativa tradizionale.
Brutta parola. Che immagini suscita e quali invece esclude, oggi, nei dominii della pittura, l’aggettivo ‘tradizionale’?
Lascia trasparire l’idea generica di una certa compiutezza della forma, contrapposta a libere sperimentazioni d’avanguardia, tanto libere da non esserlo più; forse odalische di Ingres e non demoiselles d’Avignon, ninfette al bagno di Bouguereau e non bagnanti di Cezanne, vaghi canoni raffaelleschi o neoclassici, e l’indefinito attardarsi dei retrogradi su posizioni linguistiche liberate già un secolo fa al passaggio degli arditi. Ma sono tutte associazioni teoriche, che portano fuori strada.
Nelle discipline artistiche la tradizione ha poco a che fare con scelte di contenuto e forma e rappresenta invece solo l’accumularsi delle soluzioni tecniche trovate che permettono ad un linguaggio, ad una materia inerte, di approssimarsi sempre più all’espressione che cerca.
Quale che sia la disciplina, non c’è vero mastro che non si avvicini al lavoro di un altro, a qualunque epoca appartenga, senza saper valutare per quale strada quello abbia risolto i problemi su cui anch’egli si misura: da chi ha tratto proprio quella soluzione, per quale via è giunto a trovarne una nuova e funzionale ai suoi intenti.
Ciò che è definitivamente mutato nella continuità di questa tradizione è che sino alla metà del novecento il mestiere, nei suoi ‘fondamentali’, passava dai più anziani ai più giovani; nelle botteghe e nelle Accademie di Belle Arti. Poi, ciascuno, dotato degli strumenti primari per andare avanti, batteva in salita passo dopo passo la strada verso l’espressione finale, quella veramente sua, che prendeva significato soltanto dalla sua personalità. Non è più così. I pittori debbono compiere il tragitto di comprensione affidandosi all’intelligenza claustrale del lavoro dei maestri. Anche il percorso di Giovanni La Cognata passa per tale sostanziale autodidattismo.

Esiste però una specificità tecnica nella pittura occidentale, come segno di un temperamento poetico prevalente lungo una linea di continuità che va da Giotto ai giorni nostri, che si misura con la conquista dello spazio tridimensionale, abitato da corpi, oggetti, architetture, brani di paesaggio che cercano la loro verità quanto più riescono ad imporre la loro individualità.
Corpi, oggetti, architetture, alberi, steli si divincolano poco a poco dagli stereotipi decorativi e si staccano dal mondo del luogo comune, per penetrare in quell’altro mondo in cui quel corpo, quell’oggetto, quell’architettura, quell’albero, assumono ciascuno la più marcata vitalità: tanto più vivi quanto più veri, e viceversa.
La Cognata è dentro questa linea, e in tal senso è un pittore tradizionale: ma lo sono anche quelli sedotti dall’illusione di poterla rovesciare. Possiamo dunque leggere la qualità della sua pittura sapendo cosa cercare.
Leggere la pittura, un altro punto cruciale.
I nuovi possibili collezionisti si affacciano oggi nelle sale di esposizione, posano lo sguardo su immagini da cui si aspettano seduzioni, senza essere più in grado di riconoscere il linguaggio della pittura: i singoli tratti, le magie, il modo in cui sono disposti vuoti e pieni, il procedere di ombre, luci, forme costruite. Dunque tendenzialmente della pittura non si giudica più la capacità di scrittura che rende i soggetti compiuti e vivi.
Ut pictura poësis. Non sono io a dire che la pittura è scrittura e mi dispenso volentieri dal ricordare quali menti sovrane, sui due versanti, lo hanno detto e ripetuto a sazietà. Solo che si legge il dipinto procedendo al contrario di un romanzo, una novella, una poesia o un brano musicale, testi per i quali si arriva al senso compiuto dopo avere congiunto pazientemente parola a parola, nota a nota, frase a frase. Nella pittura si parte dal tutto e si organizza la conquista delle parti, pennellata dopo pennellata, delibando i modi e le soluzioni di cui il pittore si è servito per raggiungere quella forma, proporzionarla alla prossima, distanziare gli spazi, accendere le luci, ottenere un ‘tutto tondo’ percorribile. In questa seconda lettura, essenziale, l’opera non smette mai di arricchirsi e di svelare una ad una tutte le sue meraviglie, o le irresolutezze, le approssimazioni sbrigative, gli impacci.

Osserviamo i paesaggi urbani presenti in mostra: Mattino di dicembre a Palermo, Mattino di febbraio a Vittoria, Modica 2014, Palermo 2014. Nel piccolo o nel grande formato il risultato non cambia. C’è una impaginazione prospettica elementare, che tende verso la profondità con spigoli e facciate di palazzi a far da quinte: strade, incroci, slarghi colti sbilenchi con tutti i loro ammennicoli di macchine, passanti, ombrelloni di bar, gru di lavori in corso. Eppure la lettura è istantanea, non c’è nessun racconto puntuale a interessare l’artista, se non quello della luce. Non un fatto si svolge lungo quelle strade o su quelle facciate di case che non sia un fatto di luce, tanto più detta e vera quanto più capace di disporre i suoi effetti sulle superfici, costruendo la consistenza tattile dei materiali. E bisogna avvicinarsi, leggere le pennellate costruttive, seguire l’evoluzione dei toni, le luci rilevate, le ombre, le distanze, l’aria che distingue i piani, nell’alternanza di dettagli puntuali (i chiari riverberi riflessi tra le stecche delle persiane, i ferri dei balconi, le gronde, i coppi) e di pure sensazioni cromatiche; il tutto espresso con rapidità e maestria, senza mai compitare a modo, senza alcun bozzettismo aneddotico.
Il campanile di San Domenico a Palermo si erge maestoso sulla sinistra, la lanterna svetta definita volumetricamente in pochi tratti, tre, quattro pennellate costruiscono le due statue visibili sul primo ordine, l’aria circola alle loro spalle e le distanzia dalle paraste del campanile, gli intonaci accolgono la luce e ne restituiscono le modulazioni, dalla lacca di garanza ai grigi azzurri, laggiù. Non c’è enfasi, non c’è retorica, nessun partito preso.
Modica si accende di una superba luce mattinale; il cielo è già cobalto, e lancia il suo riflesso metallico sui vetri delle macchine in sosta; le mensole sotto i balconi, il petto d’oca dei ferri, le balaustre, gli scorci dei portali districano le loro forme solide dentro una lanugine di luce che ne ammorbidisce i contorni, e le svapora.
Bisogna saperle cogliere queste occasioni, e per farlo occorre un pittore in grado di avere quelle sospensioni visionarie che permettano di isolare e di vedere, e la capacità poi di renderle seguendo fino in fondo la sensazione, sfrondando di tutto ciò che non occorre. Solo ombre e luci, nude e crude, senza languori lirici; in quella nudità e crudezza che, se divengono poesia, appartengono solo alla poesia epica.
Ombra e luce, come nei pezzi di bravura che sono tutti i nudi bianchi o le città nere, portatrici di una visione inquieta e inedita espressa, appunto, con alta maestria pittorica.
Ancora luce nei paesaggi. Paesaggi iblei lontanissimi dalla visione tutta lirica che ispira il Gruppo di Scicli, per quanto La Cognata lavori sugli stessi altopiani e abbia spesso esposto insieme con gli artisti del gruppo.
Il paesaggio dipinto va abitato, bisogna poterci entrare e percorrerlo, seguire l’approfondirsi dei piani, perdersi nelle distanze. La Cognata dipinge paesaggi con grande libertà tecnica. Tutte le novità acquisite dalla pittura di paesaggio dai primi plein air a Morandi e Morlotti sono presenti nel bagaglio tecnico dell’artista, e le combina liberamente senza alcuna preclusione ideologica. Tutto è funzionale alla visione, che procede alternando brani di costruzione puntuale, strade che si insinuano verso gli orizzonti, bordate da muretti in piena luce, coperture azzurre di serre, pali della luce e tralicci, a campiture dove regna il tono, la sola sensazione luminosa, in un insieme che si fa vibrante e vivo. Anche qui nulla cambia nel piccolo o nel grande formato, salvo l’agio di abbandonarsi con più spazio, come avviene in Luce d’agosto, al piacere di inseguire la pittura dentro larghe distese di stoppie, incise in primo piano nella materia che fu già di Fausto Pirandello.
Ancora un suggerimento di metodo per osservare il Nudo che sale le scale, del 2014.
Di fronte a un quadro di figura il primo sguardo va sempre al volto. Si cerca di stabilire il rapporto con l’individuo, leggendo nei tratti l’identità di persona, la verità della sua rappresentazione. Qui però il volto viene dopo, e per intendere la qualità di questo lavoro, ancora una volta sul piano del suo valore pittorico, bisogna entrare nel quadro posando lo sguardo su quel ginocchio sollevato, scivolare lungo lo stinco, leggere il piede aereo, tornare verso il ginocchio. Da qui tutta la forma acquisisce il suo movimento ed entra nello spazio, i piani si definiscono nella luce che li circonda, le ombre della ringhiera fanno la loro parte costruttiva sulle cosce, torniscono l’anca sinistra, le carni nude si scaldano in una semplicità di bella pittura che sembra risolvere ogni problema con naturalezza: l’avambraccio e la mano sinistra posata sulla ringhiera, l’oscillare del braccio destro disteso, la luce che lo separa dal bacino e dal fianco, quel punto acceso dietro il deltoide destro che trascorre fin lì dalla schiena tutta illuminata. E anche qui non c’è un racconto puntuale, didascalico, ma i gradini, l’intonaco sporco lungo la scala, la ringhiera si qualificano in una superba visione sintetica.

Ecco dunque la mostra di un pittore italiano fuori dagli standard della sua stessa generazione. Fuori perché il suo realismo viene dal futuro, non ha parentele ideologiche, e la sua forza è tutta nella sua innocenza. Le tele che ogni mattina, scendendo ad aprire bottega, La Cognata si dispone a realizzare senza pensare ad altro che alla bellezza, meritano un’attenzione più generosa e più pronta, perfino superiore all’interesse che finora, tra gli esperti, hanno dimostrato soprattutto gli ingegni divinatori.
Confido che presto il sindaco di qualunque città, il vescovo di qualunque diocesi, un imprenditore avvertito, un amatore squattrinato, sfidino questo grande artista a moltiplicare la fiducia in se stesso chiamandolo a lavori di grande lena, offrendo anche alla nostra epoca lo specchio durevole in cui riconoscere le sue eccellenze.

Antonio Mercadante, settembre 2014



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