* MOSTRA Collettiva / Destinazione Palermo. La città riflessa. HOME / LA GALLERIA / LE NOSTRE ESPOSIZIONI / CALENDARIO / PRESS / CONTATTI
* COPERTINA



* DATE
Dal 08 maggio (inaugurazione ore 18:00) al 04 giugno 2015




* ARTISTI

Barbara ARRIGO, Peter BARTLETT, Francesco CALTAGIRONE, Massimo CAMPI, Pedro CANO, Salvatore CAPUTO, Pascal CATHERINE, Sergio CECCOTTI, Francesco COPPA, Cristiano GUITARRINI, Anna KENNEL, Giovanni LA COGNATA, Sarah MIATT, Antonio MICCICHE', Giuseppe MODICA, Vincenzo NUCCI, Franco POLIZZI, Luca RAIMONDI, Milvia SEIDITA, ,Tina SGRO', Tino SIGNORINI, TOGO, Bice TRIOLO


* DESCRIZIONE

 COMUNICATO STAMPA
La Galleria Elle Arte di via Ricasoli, 45 comunica che:
venerdì 8 maggio 2015 alle ore 18, 00 sarà inaugurata la collettiva di pittura:
 
DESTINAZIONE PALERMO
La città riflessa

 
La rassegna collettiva “Destinazione Palermo”, promossa dalla Galleria Elle Arte in occasione del compimento del suo 17° anno di attività, si avvale del contributo pittorico di un variegato ventaglio di artisti italiani e stranieri, per proporre diversi “punti di vista” sulla città.
Un viaggio metaforico compiuto dall’ispirazione di ogni autore, attraverso la propria cifra stilistica, con l’auspicio di un recupero dei valori sociali ed artistici di una storica realtà urbana.
In tal senso ci siamo preoccupati di rendere visibili, attraverso le indicazioni estetiche consegnate agli artisti, architetture e sogni civici a cui gli autori invitati a partecipare hanno dato consistenza; non soltanto pittori che operano nella nostra città, nella nostra regione, ma anche artisti extra insula i quali vivono la dimensione della città fenicia al di là delle facili mitologie o luoghi comuni, ma nella consapevolezza che ad essa non possono essere espunte le funzioni e le alte “qualità culturali’” che le sono proprie.
In esposizione opere di:
Barbara ARRIGO, Peter BARTLETT, Francesco CALTAGIRONE, Massimo CAMPI, Pedro CANO, Salvatore CAPUTO, Pascal CATHERINE, Sergio CECCOTTI, Franco COPPA, Cristiano GUITARRINI, Anna KENNEL, Giovanni LA COGNATA, Sarah MIATT, Antonio MICCICHÉ, Giuseppe MODICA, Vincenzo NUCCI, Franco POLIZZI, Luca RAIMONDI, Milvia SEIDITA, Tina SGRO’, Tino SIGNORINI, TOGO, Bice TRIOLO.

Catalogo Elledizioni ( collana Lilium ) in galleria con un testo di Aldo Gerbino.

Ingresso libero. Orari 16:30/19.30.
Chiuso domenica e festivi. La galleria di mattina apre su appuntamento.
Per informazioni tel./fax 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it ; website :www.ellearte.it




* INFORMAZIONI

 La città riflessa

Meline dei morti.
Novembre palermitano

Nel cesto minuscolo stanno impressi
gialli cuori di polpa (semi nerissimi)
venati d’un bagliore verdastro,
del cromo affannato d’un singhiozzo,
dell’ombra d’una bambola zuccherina.
Infine, l’alito del ricordo, vago azulejo
d’una tazza di caffè con cartiglio
e, in un solco, ancora un’impronta viva:
pece, macchia, residuo di unto.

Aldo Gerbino
[Da Alla lettera Erre, in “Almanacco
dello specchio”, Mondadori 2011]



Per quanti la amino, Palermo appare sempre più avvolta da una colpevole e cruda erosione; essa si mostra come immobilizzata dal potente rostro d’una enorme fillossera che ne mortifica la grazia immalinconita. Una programmata sottrazione sembra renderla, un giorno dopo l’altro, rovinosamente diafana, votata ad un pertinace abbandono, ferita da una stordente indifferenza morale. Un interminabile autunno panormita che non è certo in grado di accogliere le barocche rifrazioni fluttuanti in quel regno poetico d’un suo figlio d’elezione: Angelo Maria Ripellino. Pare che in tale sbiadito torpore si vanifichino le sue strutture vitali, si polverizzino gradualmente (come accade nell’intenso libro di Josep Piera i Rubiò Un bellissimo cadavere barocco dedicato, nel 1990, a Napoli), fino a sospingerla verso una pulviscolare nube, contro una tremula memoria difficilmente cristallizzabile né tantomeno adatta alla fissazione anche se fosse disponibile l’arcinota perizia d’un Alfredo Salafia, l’allievo dell’anatomista Francesco Randacio e celebre imbalsamatore del Pitré, di Crispi e della piccola Rosalia Lombardo, minuscolo corpo ancor oggi visibile nei camminamenti catacombali dei Cappuccini. C’è anche da augurarsi che tale processo di diafanizzazione non ci conduca a quelle drammatiche inesattezze affiorate dall’utopia illuminista della Encyclopédie di Denis Diderot e d’Alembert in cui, proprio alla voce Palerme, redatta nel 1765 dal medico Chevalier de Jaucourt, la città fenicia, capoluogo della Sicilia, è ritenuta Ville détruite suscitando, a buon diritto, le ire dell’erudito benedettino Salvatore Di Blasi attivo a San Martino delle Scale (il Corindo Attico dell’Accademia degli Ereini) e fratello del più noto Giovanni Evangelista. Palermo, “città distrutta”, dunque, diventa, – come per il romanzo Dissipatio H.G. calato nella “fobantropia” di Guido Morselli, – città vaporizzata dove, si legge nel pamphlet del 1775 del Di Blasi, non si ritrovano più «né Viceré», – e questo, per omologazione all’attuale cerchia politica, potrebbe costituire un evidente vantaggio, – ma neanche «abitanti, né Palazzi, né altri Edifizj, né più si trova Palermo, ma un bosco deserto».
Consolatorio, ma necessario può apparire il guardare nel riflesso dei vetri ciò che della città si proietta sotto un cielo testimone del suo perenne stato di derelizione, di precarietà; e la Serra Carolina, dono di Maria Carolina d’Austria, offre, nell’estemporaneo, ma non per questo meno equilibrato scatto di Laura Romano, la sua vetrata con l’elegante esoscheletro in ghisa firmato da Carlo Giachery (l’autore del deperito tempietto neoionico del Foro Italico): supporto da cui possono affiorare, indenni, i simulacri della città, palme e cielo, sopiti fragori marini e tepidari e calidari dell’Orto e fronde della Flora, e radici carnose del Ficus Macrophilla, il tutto per raccontarci, come nella simbolica riproposizione del marchio musivo di Galleggiando sulle onde dei millenni di Sarah Miatt, d’un luogo godibile nel miraggio della riflessione, appagante Fata Morgana alimentata ormai da una ‘saudade’ rivolta alla città che manca.
E non a caso tale riverberazione viene offerta dalla cilestrina Memoria di Palermo di Giuseppe Modica, in quell’accordo tra elementi architettonici e acquatici, tra una dominante geologia appena emersa dalla pastosa griglia dei pigmenti; oppure, come in Enzo Nucci, nell’accoglienza del rastremato Riflesso della palma nel mare di Palermo, compresso nel philum impressionista e condotto all’esasperazione emotiva, o, affidata a impalpabili percezioni nel modo in cui si offre l’acquarello di Pedro Cano, San Giovanni degli Eremiti : perfusione di elementi botanici e natura, tra dendritiche morfologie arboree per toni, tagli trasversali di luce, vibratili trasalimenti. Sotto altra tensione si candidano le evanescenze chiariste di Massimo Campi in quel suo eludere e comprendere, con La Cala, la dilatazione del segno qui tradotto nella levità della sua poetica, mentre la stessa materia si addensa in marittime focature mielose nell’Antica carta di Palermo di Salvatore Caputo: corpi nuvolosi e alberi mescolati in picee cortine. E del sincretismo ci dice lo Sguardo su Palermo di Sergio Ceccotti: trama moresca e barocca, assorta nel traslucido realismo, nella diacronia del suo registro temporale: una finestra aggettata tra fragranze dolciarie e arabici effluvi oltre l’orizzonte invaso dalla mole del Pellegrino. Una mole che ritroviamo in altro orizzonte figurativo pregno di chiara levigatezza, quello di Anna Kennel con la Mia antica Palermo, un tralcio del disegno calato nel fascino oscuro del Piano della Marina, fulcro storico della città. Così, dello stesso Piano, ecco l’acquaraello di Milvia Seidita con la fluidità espressiva del Giardino Garibaldi, o il Palazzo Notarbartolo di Villarosa firmato da Pascal Catherine, oppure le fiammanti evocazioni figurali che avvolgono Palazzo Chiaramonte-Steri di Peter Bartlett: espressionistica gestualità nell’assunzione di vagoli grafismi. E la città si espande ora nelle incupite calligrafie di Teatronotte di Francesco Caltagirone opponendosi al nitore elegiaco di Franco Coppa con il pastello Le rondini a Palermo, nel volo compreso dalla quadriga rutelliana del Teatro Politeama e frammenti di palmizi.
È sufficiente portarsi nel baricentro urbano e culturale della città, il Teatro del Sole di Piazza Vigliena, per comprendere lo scoramento di chi osserva il tessuto architettonico mortificato dall’interminabile rosario di volgari rivendite, d’insignificanti insegne, di scrostati intonaci e portoni, nell’abdicazione totale al gusto e alla pertinenza estetica che il luogo richiede e che andrebbe perseguita con rigore filologico, pur nel plastico accordo con l’attualità degli arredi urbani e l’evolversi dei segni odierni della comunicazione. Una non vaga tensione è possibile leggerla, oltre che nell’espressionista citazione di Giovanni La Cognata col Ricordo di Palermo, dall’intimità post-realistica del giovane artista laziale Cristiano Guitarrini con le sue Luci ai Quattro Canti, per quel suo caldo approccio costruito tra solidità della pietra, dei marmi e griglia dei riflessi, in cui la “sospensione” e la “fragilità” evidenziate nella sua pittura da Claudio Strinati ne sollecitano l’impatto emotivo, un evocativo ‘stimmung’ neobarocco. Il sapore delle acque di questa città “tutto porto” si sprigiona anche nel corpo fluente e succoso della Bagnante di Barbara Arrigo o nella Scogliera dell’Addaura in quell’espressionismo informale e fortemente mediterraneo consegnatoci dalla voracità esecutiva di Togo, per chiudersi liricamente con Luca Raimondi col baluginio della Spiaggia di Mondello, prime luci. E se il Dialogo di Antonio Micciché ci restituisce, per esemplarità di matita, la cognizione intima di corpo e paesaggio, la visione monumentale pare attestarsi nello stampo nilotico di Franco Polizzi vestito di efficace politezza, in elaborate evocazioni di quello spirito del tempo nell’accezione voluta da Friedrich Ast. Si scende, infine, tra le agili pennellate dell’espressività di Tina Sgrò con le sue Emozioni in Palatina o nella Chiesa della Immacolata Concezione di Bice Triolo disposta nei piccoliani fardelli di consunti oratori della Palermo barocca, calati nel suo assetato groviglio di linee, per congiungersi con l’esistenziale corrosa solitudine dell’Interno con San Giorgio dei Genovesi di Tino Signorini: così straziato, così lucido sulla destinazione di questa città preferita, comissianamente, dagli dèi, ma certo non dagli uomini.

Aldo Gerbino

Palermo, aprile 2015

* OPERE