* MOSTRA Massimo Campi / Il peso del bianco. Architetture, figure HOME / LA GALLERIA / LE NOSTRE ESPOSIZIONI / CALENDARIO / PRESS / CONTATTI
* COPERTINA



* DATE
Dal 17 marzo (inaugurazione ore 18:00) al 11 aprile 2017




* DESCRIZIONE

 MASSIMO CAMPI

Il peso del bianco
architetture, figure

a cura di Aldo Gerbino

 
La mostra raccoglie trentadue oli di grande, medio e piccolo formato, realizzati tra il 2007 e il 2017 dal pittore romano.
Il racconto di Campi si dipana tra scene di vita metropolitana, scorci urbani e umanità in transito:
una sorta di elogio del quotidiano. Il tutto avviene, diviene e si compie in una Roma, musa ispiratrice di tutta la ricerca pittorica del nostro autore, lontana dalla sua veste monumentale di Città Eterna. Campi privilegia piuttosto le periferie, i sottopassi, gli agglomerati industriali, i parcheggi. E anche quando in tale universo contemporaneo echeggia il particolare o lo scorcio di un monumento, questi divengono quasi dettagli, rispetto al soggetto predominante: la città contaminata dal nostro tempo, invasa dalle automobili, dalla segnaletica e dal caos.
Scrive nel testo di presentazione al catalogo Aldo Gerbino: [...] essa : luce immacolata, diafana, viene, forse proprio per questo, offerta nella misura di deflagrante prototipo della bellezza nella quale far convergere ogni colore, ogni possibile riverbero. In tale leuco-densità si muovono dunque le figure di Massimo Campi, e, con esse, oscillano in sincronia spazi ed architetture, motivi di città – soprattutto Roma – attraverso il fulgore dell’avvertita ampiezza marmorea consistentemente proiettata nel labirinto dei tumori cementizi collocati a perniciosa usura del nostro tessuto urbano. [...] Ed è sempre quella stessa luce che vortica negli intestini della città: palazzi, monumenti, periferie, parcheggi, vie storiche della Capitale che furono amate dal realismo di Alberto Ziveri, ma qui distaccate e arricchite da una sorta di fluido acustico sopito, trepidante e che risente, per tocchi discreti, di lacci figurativi nordamericani. [...]
Massimo Campi è nato nel 1952 a Roma, dove vive e lavora. Da sempre impegnato nella pittura di figurazione, fin dalle prime mostre alla fine degli anni ottanta, sulle sue tele ha raccontato i luoghi della Capitale e la sua gente. Della sua pittura hanno scritto, tra gli altri: Paolo Bertoletti, Lorenzo Canova, Carlo Fabrizio Carli, Marco di Capua, Aldo Gerbino, Domenico Guzzi, Lea Mattarella, Ida Mitrano, Alessandro Riva, Ruggero Savinio, Vittorio Sgarbi, Gabriele Simongini, Duccio Trombadori.
L’ autore sarà presente in galleria, per incontrare il pubblico, il 17 e il 18 marzo.
La mostra si protrarrà fino all’11 aprile 2017.
Ingresso libero. Orari 16.30/19.30 (chiuso domenica)
Per informazioni : tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it ; website : www.ellearte.it



* INFORMAZIONI

MASSIMO CAMPI
 
Nato a Roma, frequenta il Liceo Artistico e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma. La sua prima mostra personale risale al 1987. Da allora la sua ricerca si è sviluppata nell’ambito della figurazione, con grande attenzione al paesaggio urbano. Si sono interessati al suo lavoro, in particolare, Carlo Fabrizio Carli, Marco di Capua, Lea Mattarella, Alessandro Riva, Roberto Savi, Duccio Trombadori, Lorenzo Canova, che hanno sottolineato la linea di riferimento nella ricerca pittorica di Campi, che parte dalla grande pittura di paesaggio per arrivare fino al Novecento italiano e alla pittura contemporanea della realtà.
Ha nel suo curriculum numerose mostre personali in gallerie private e musei pubblici: Galleria Incontro d’Arte, Roma; Ingranaggi d’Arte, Castel Gandolfo; La Saletta dell’Arte, Taranto; Galleria Elle Arte, Palermo; Galleria Lazzari, Roma; Galleria Trifalco, Roma; d’AC Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Ciampino; Museo Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, Anticoli Corrado; Museo Civico U.Mastroianni, Marino.
Tra le principali mostre collettive: Arte a Parte Roma (Palazzo delle Esposizioni);Premio Michetti (Museo Michetti); Artisti in Archivio (Archivio Centrale dello Stato, Roma); E42 Segno e sogno del ‘900 (EUR, Salone delle Fontane); Il segno contemporaneo Italiano (Museo Crocetti); Dante e il Purgatorio (Fondazione Casa di Dante, Castello Gizzi); Da Rocco a Roki.60 anni di ring. (Ripa Teatina ,Chieti ); Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (Padiglione Italia, Pescara e Lanciano); Pittori Italiani dipingono Hangzhou (Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia); Premio Sulmona (Convento di S.Chiara); Artisti Romani per il Divino Amore (Santuario della Madonna del Divino Amore). Museo del pugilato C.O.N.I. Assisi.

Massimo Campi, viale Pietro Anderloni, 10/E 00133 Roma
Tel. O62000959 – cell. 3281249810
Indirizzo mail: massimocampi52@gmail.com
Web: www.massimocampi.net



 Il peso del bianco. Epifanie
di Aldo Gerbino

Nulla sembrerebbe esser più penoso del bianco, almeno nella misura in cui è stato percepito dalla drammatica anima di un Lorca, oppure conscio della vita, come accade negli affioramenti della memoria, con l’apparizione d’incontrastate, non cancellabili, immagini floreali o voli d’uccelli dalle piume corrusche che abitano molti degli olî di Filippo de Pisis. E, per altro, cosa potrebbe esserci di più abbagliante e allo stesso tempo inquietante, se non il metafisico biancore di quel marmo che fu sostanza dei templi, tanto da consentire anche una narrazione del luttuoso e del vivido che risiede in ogni umana esistenza? Presagi riscontrabili nel Mondo dorico di Gottfried Benn, quando si accenna alla confezione d’arte per “mano dei Greci” che esiste (insiste) prepotentemente nello spazio fisico e – aggiungeremmo – psichico, mostrato, ancor oggi, nella rappresentazione di oggetti rappresi sotto la coltre d’una esuberante quanto necessaria sorgente luminosa. Fonte capace di far apparire, al controverso poeta tedesco autore di Morgue und andere Gedichte, la stessa Atene quale civiltà concretata, perfusa nel e del suo “biancore spettrale”; essa: luce immacolata, diafana, viene, forse proprio per questo, offerta nella misura di deflagrante prototipo della bellezza nella quale far convergere ogni colore, ogni possibile riverbero. In tale leuco-densità si muovono dunque le figure di Massimo Campi, e, con esse, oscillano in sincronia spazi ed architetture, motivi di città – soprattutto Roma – attraverso il fulgore dell’avvertita ampiezza marmorea consistentemente proiettata nel labirinto dei tumori cementizi collocati a perniciosa usura del nostro tessuto urbano. Figure, come quella esposta nell’opera Da sola, capace di riportarci, pur nella divergenza estetica, a quell’acquaforte di Ugo Attardi, Sola, nella quale vi appare concentrato tutto il disagio della solitudine, inquieta avrebbe aggiunto il poeta di Portonaccio, Elio Filippo Accrocca. In Campi, pur divaricato dalla nera oppressione dei solchi prodotti dall’acido, e distante da ogni lacerato espressionismo nutrito da intime ferite, non c’è comunque sottrazione al lucido infierire della realtà, piuttosto un avvertirsi, senza protezione d’oscurità, inermi e quindi consapevolmente sottomettersi all’urto del bianco accecante. La nudità rivelata dalla donna attardiana, si conforma in Massimo in postura folgorata, vaporizzata, consentendo di raggiungere al fine la stessa intensità, il medesimo isolamento come quello raccolto nel cupo interno di Ugo. Qui, al valore ponderale del bianco si aggiunge altro peso col taglio spaziale che imprigiona l’intero dell’opera. E ciò accade ora nell’incrocio delle gambe o nel modo in cui si consolida col gruppo degli “Esterni” (da Esterno Giorno 3 al 5 all’8), ovvero nel momento in cui intacca singole figure o coppie fino ad estendersi per scivolare nell’incavo d’una luce sempre più solida, proprio quando l’atmosfera si dirada empia di un pulviscolo bianchissimo, quasi una pioggia precipitata nel subbuglio di molecole temporalmente testate: da Febbraio mattina a Lavoro mattina, oppure con lo spostarsi del baricentro corporeo – come avviene in Passeggiata d’estate e con maggiore icasticità in Passeggiata – porsi al centro della scena. Essa si presenta in immagini svuotate anche dell’ombra, oppure ridotta ad un frammento tremulo, o ad essa di nuovo viene restituita l’ombra come accade in SMS, fino al suo assorbimento – così in Figura 1 – nella lastra gommosa dell’asfalto o nella concentrazione dell’oggetto (e corpo) della Bici rossa nel quale il pulviscolo umbratile si converte in armonioso dinamismo del riflesso, in impalpabile contiguità fatta vibrare nel contrasto rosato del fondo. Ed è sempre quella stessa luce che vortica negli intestini della città: palazzi, monumenti, periferie, parcheggi, vie storiche della Capitale che furono amate dal realismo di Alberto Ziveri, ma qui distaccate e arricchite da una sorta di fluido acustico sopito, trepidante e che risente, per tocchi discreti, di lacci figurativi nordamericani. Tale ossessiva penetrazione dell’elemento luminoso operata da Campi ci riporta a quella “luce di Roma” tracciata da Vincenzo Cardarelli alla fine degli anni Trenta in Il cielo sulle città, dove essa si riconosce in modo precipuo dalla «sua luce, sempre assoluta, sfolgorante e si potrebbe dire cattolica, in quanto sembra risplendere al di sopra delle stagioni»; e, continua lo scrittore di Tarquinia, affermando come tale sia «il carattere immutabile e sempre un po’ eccessivo della luce romana». Di tale eccesso la pittura di Massimo si alimenta, soprattutto quando la luce, intesa nella maniera della partitura bianco-azzurrina che fu segno emblematico del registro di Virgilio Guidi, si accosta a quella ‘fenomenologia delle atmosfere’ propugnata da Tonino Griffero. Dimensione capace d’incidere sul registro psichico della secrezione artistica, qui non vanificata proprio in virtù della densità di un bianco palmare raggrumato per architetture, per volti, per dettato poetico. Abbiamo spesso ricordato, citando la Ballata del vecchio marinaio di Coleridge (ai versi76-78: «Mentre per tutta la notte, tra le bianche cortine, / splendeva bianco il chiarore lunare»), come Marshall McLuhan definisse tale enclave poetico “festoso spazio ordinario” in cui l’aggettivo “bianco”, usato per ben due volte e in due versi consecutivi, dipinge sinergicamente sia il colore della nebbia sia il “chiarore” della riflessa luce lunare a cui si aggiunge la presenza non dichiarata della integra rappresentazione spirituale. Allo stesso modo i paesaggi urbani nella loro massa di architettonica geometria, nello spazio interno e nella dimensione peri-atmoferica si integrano nell’insieme del bianco agente sulla coscienza ecologica, sul perimetro metafisico dell’anima. Da essa la città sembra rafforzarsi nella sua stazione limbica adottata, ora nella cifra quietamente dechirichiana di Paesaggio da viaggio, ora nelle abbacinate Palazzine o nell’euclideo Parcheggio Roma Est in cui la pasta cromatica si comporta da anello capace di segnare con vigore lo spazio di augériani ‘nonluoghi’, o anche come ri-definizione di realtà oggettiva similmente alle città visitate da Orfeo Tamburi (Roma non esclusa) in cui luce e trasparenza dei colori chiari imprimono rinnovabili forze vitalistiche. Allora Verso via Cavour ovvero gli olî Via Monza, Da via del Colosseo e Via Panisperna, fino alla compattezza terrosa di Periferia Palermo, incamerano linfatici motori che non sono soltanto brusio meccanico o torpore di voci, ma passi di uomini consumati sul selciato, inattese epifanie di sonnolenti dèi.

Palermo, febbraio 2017

* OPERE