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* COPERTINA



* DATE
Dal 16 novembre (inaugurazione ore 18:00) al 18 dicembre 2018




* DESCRIZIONE

 La Galleria Elle Arte di via Ricasoli n°45, Palermo, comunica che venerdì 16 novembre 2018 alle ore 18,00 sarà inaugurata la Personale di Pittura di
MASSIMO DE LORENZI
SINFONIA SILENTE
a cura di Aldo Gerbino

 
In mostra ventisei opere di grande e medio formato realizzate dall’artista romano tra il 2016 e il 2018, sul tema della Natura, interpretata come una sinfonia silenziosa, tra partiture di luce e ombra.

“Sinfonia Silente” è lo svelarsi e rivelarsi progressivo di un concetto di forme sonore e pitture audiotattili. Il criterio di approccio a questo evento non andrebbe ricercato nei classici canoni di fruizione dell’opera d’arte, ma attinto da un repertorio sensoriale squisitamente sinestesico: il dipinto si sente ed il suono riecheggia negli occhi. Una commistione di elementi che mira a coinvolgere lo spettatore in tutte le componenti del suo umano discernere. Il colore diviene corda tesa ed armonico vibrante e la musica lascia intravedere l’intera gamma dell’iride, afferma De Lorenzi.

Scrive nella presentazione al catalogo Aldo Gerbino: [...] Di tale commozione paesaggistica, privata dalla retorica del vedutismo, Massimo, proprio in virtù della sua appartenenza musicale e pigmentaria, associa e dipana il mosaico botanico e, nel rivelarlo, si nutre di sacralità assorbite dalle sue peculiari qualità percettive; essa per altro, materia perfusa dal sogno, sembra che tenda spontaneamente ad una spinoziana indifferenziata natura naturans. Una materia germinativa che di continuo approda al futuro delle sue forme e, lambendo morfologie della vita comune, si dispone, come in Ara delle rose, in un palcoscenico non alieno alla classicità, al gusto della composizione formale, e, allo stesso tempo, ad una microepica della elegia [...]

La luce e l‘ombra sono protagonisti di un eterno conflitto: bagliori e trame luminescenti che appartengono ad una memoria visiva personale, come tracce impresse in una vecchia pellicola fotografica che supera i confini del tempo. La continua ricerca che appassiona l’autore è il mutevole carattere della luce e l’effetto musicale che ne scaturisce cambiando il modo di percepire la realtà che ci circonda.

Massimo De Lorenzi vive ed opera a Roma.

L’artista sarà presente in galleria per incontrare il pubblico il 16 e 17 novembre ..
La mostra si protrarrà fino al l’18 dicembre 2018.

Ingresso libero. Orari: dal lunedì al sabato 16:30/19.30. Chiuso domenica e festivi.

Per informazioni tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it
website: www.ellearte.it ; www.mdelorenzi.it




* INFORMAZIONI

 Corde sonore, foglie

di Aldo Gerbino
Notte plenilunare,
nelle selve e nei broli
cantano gli usignuoli;
voglio ancor’io cantare:

[Arturo Onofri (1885-1928), da Elegia con la luna]

Bagnandosi nel verde elettrico dell’umorosa campagna d’un borgo toscano, – indimenticati luoghi dove s’è nutrita la giovinezza di Emilio Cecchi (scrittore e critico d’arte; quel vero ‘maestro’ emerso dall’acuto giudizio di Natalino Sapegno), – affiorano termini e spazi semantici adeguati a legare emozione e contemplazione. «Non c’era dubbio», si legge, «che lo vedevo per la prima volta», e sembrava , – continua l’elegante scrittura del fiorentino, – «ch’esso ritenesse d’una qualità di ricordo: d’una realtà avvolta ed immersa in un sentimento musicale. Le sue tinte, le luminose gradazioni, i contrasti delle sue masse, erano calmi e spaziati come antichi pensieri.» Insieme a tali parole, tratte da Mezzogiorno, altre si manifestano, quale aggiuntivo dono al paesaggio sonoro, nel segmento della Madonna degli aviatori, in cui si narra delle Marche e della grandezza leopardiana e di come soltanto in tale magico spazio d’Italia «potesse nascere e formarsi quel nostro poeta che parla con la voce più quieta, con le parole più naturali, inadorne, e la cui lirica sembra formata non di concetti e d’immagini, ma soltanto di rapporti musicali».
Di tali materiali non può che nutrirsi il percorso creativo di Massimo De Lorenzi nuotatore tra sonore corde e scavi pittorici; per tali motivi i recenti olî di ampie dimensioni si sostanziano in questa sua Sinfonia silente – così vicina, nei cromatismi, alle suggestioni provenienti dalla II e III parte della Symphonie fantastique di Hector Berlioz – proprio per quel vago disperdersi, qui ancor più per quell’abbandonarsi all’estenuata vaporizzazione di sostanze floreali, nell’intrico di fragili quanto tenaci corporeità boschive, di licheni avvoltolati in nubecole dense di ife, muschi, di sonanti arborei fruscii, di dendriti che rastremano echi, di fiati esalati dall’intimità terrestre. Ed ecco, allora, il modo in cui i viscerali accordi del mondo ben si allacciano a sensibilità e sensitività già sottoposte all’urgenza composita del suono, al casuale e pur semplice attrito tra corpi, tra molecole, fronde, per poi mescolarsi nel tocco di secreti che, come idrografiche linfe, attraversano l’interezza impervia dell’esistente.
Leggiamo in tale lavoro uno sguardo visionario eppur tangibile, toccato da una precisa consistenza stratigrafica delle parti visive che ci riportano a certi squarci fotografici sulle ‘langhe’ firmate da Elsa Mezzano, così analogicamente toccate, nella sapienza dello sviluppo, da un segno quasi grafico, dal partecipato tocco umano, commosso. Di tale commozione paesaggistica, privata dalla retorica del vedutismo, Massimo, proprio in virtù della sua appartenenza musicale e pigmentaria, associa e dipana il mosaico botanico e, nel rivelarlo, si nutre di sacralità assorbite dalle sue peculiari qualità percettive; essa per altro, materia perfusa dal sogno, sembra che tenda spontaneamente ad una spinoziana indifferenziata natura naturans. Una materia germinativa che di continuo approda al futuro delle sue forme e, lambendo morfologie della vita comune, si dispone, come in Ara delle rose, in un palcoscenico non alieno alla classicità, al gusto della composizione formale, e, allo stesso tempo, ad una microepica della elegia che reclama con insistita volontà quelle parole di Carlo Betocchi quando scrive, nella sua “rosa venduta d’inverno”: «Io sono la rosa; incanto»; e, in tale incantare (mentre alto si spande il livello sonoro della ‘voce’ trasformata, appunto, in ‘canto’) ecco apparire un’«aura» che trema «sulle spine», finché, «selvaggia», conferma il poeta torinese: «mi tiene il pianto / d’inverno tra acute brine». Quanto ci viene destinato da questa betocchiana Realtà vince il sogno del 1943, nutre ancor oggi, e mirabilmente, questo lavoro di Massimo De Lorenzi atto a mostrare come l’incontrovertibile struttura naturale, nella sua prorompente assertività, superi ogni griglia onirica: ciò anche arricchita dalla tensiva lucentezza espressa, ora in Luminosa essenza (I e II), ora tra le macchie sanguigne del Giardino di Antonia (II) fino al roggio vermicolare articolato in Le grand rouge. S’incrementa inoltre tale intensità quando declama, – raggiungendo il proprio climax in Contrappunto (I, II), – il suo pieno registro evocativo, in cui, punctum contra punctum, viene consegnata la sincretica armonia tra luce ed ombra, tra materia e sua evanescenza, tra chimismo e sua fisica a volte spostati verso orizzonti informali anche se tempestati da una calligrafia puntuale (Après-midi II; Incanto notturno; Introverso). Queste componenti floreali, inflorescenze, vivono del loro turgore, distanti, e pur in dialogo, con quelli del barocco informale di Sergio Scatizzi (rilevato da Giuseppe Cantelli e Simonetta Condemi; 2009) il quale, non a caso, firma la copertina delle “Quartine di Betocchi offerte agli amici per l’ottantesimo compleanno” (I libretti di Mal’aria, 1979). Per altro, come non possono esser tenuti presenti le dogliose fioriture con bocci, stami, carpelli esposti come ferite a sostegno dell’opera di un completo artista e poeta qual è stato, per la pittura moderna, Filippo de Pisis? o i camminamenti di “Fiori et amori”, produzione di stampo depisisiano quanto meno nell’idea di fondo che li ha animati, firmati da Piero Guccione? oppure, come non volgersi alla vibrante tavolozza equorea del poetico e struggente Pedro Cano tante volte così vicina, nello stretto consumo dei fiori, a quel ‘lirismo sessuale’ di cecchiana memoria? È il Meriggio d’estate, infine, a cogliere, nel suo arroventato tessuto, quella sintesi espressiva offerta da Massimo: una pedana avvinta e abitata da quel silenzio che possiede il privilegio d’essere protagonista, e, con esso, conquistare l’ardore contemplativo, l’arcana felicità silvana, i pervadenti languidi segnali di sonore corde coperte dal timbro crepitante di foglie autunnali o il cogliere, tra zolle e nubi, l’alba di un primaverile tremore.




* OPERE