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DI SGUARDI, LUOGHI. DI OMBRE NEL VERSO, NELLA PITTURA

DI SGUARDI, LUOGHI. DI OMBRE NEL VERSO, NELLA PITTURA

Date
  • 24 Maggio - 25 Giugno 2005

Location
Mostra collettiva
24 Maggio - 25 Giugno 2005

Descrizione

Certo, gli sguardi: quelli femminili, intriganti, feroci, colmi di dolcezza. Così l’amata-odiata Celia del Veneziano, poeta aretinesco usando il ‘dire’ di Sciascia, trova visibilità tenebrosa e affabile, violenta e sensuale attraverso la tecnica mista di Ugo Attardi, proprio in virtù della sua dimensione crudele e libertaria, in spontanea simbiosi con le voraci “Canzuni di Sdegnu”, intrisa di una corporeità pronta a refluire nel cesto incommensurabile della tensione emotiva.
Ecco ancora come lo guardo superi, con i “due begli occhi” cantati da Francesco Balducci, la potenza dello stesso astro solare, per temperarsi nell’opera fascinosa di Sergio Ceccotti, in quel suo gelsomino posto, da avida icona rituale, sul davanzale; poi, luce d’occhi, fioca di paralume; vago crepuscolo pervaso da furtive ombre tra i segni del mantello serale.
Di contro, la “Preraffaelita” di Guido Gozzano, si erge nella densa classicità di Rossana Feudo dove “niuna mollezza femminile allenta l’esilità del busto irrigidito”; una fierezza avvinta al “Silenzio”, al “Mistero”. O, quando il madrigale secentesco di Luigi D’Eredia offre, dagli “ardenti rai”, il continuo dissodare la luce “infida”, sospinta dalle pupille, in essa s’addensa tutta l’ironia mordace elargita, a piene mani, dalla sensibilità di Giovanni Gromo.
Quando, poi, affiorano le spigliate quartine firmate da Fausto Maria Martini, vivacità e sensibilità tattile vengono avvinte nella concisione del disegno e dell’architettura somatica di Anna Kennel; o quando le rose del piccolo capriccio mimico, composto dallo scapigliato Remigio Zena, si spandono, con fragranza disciolta, per volti, per sensi ammorbiditi da languori, ecco gli accesi simbolismi tradotti da Giovanni Orlando. Altre volte i versi forgiati e ricomposti dal fuoco d’amore, in quell’aureo sonetto di Renato Perrucci, son restituiti nella loro interezza magmatica da Salvatore Provino: fuoco, palpito del sangue, “fieri ardori” di cuore e di occhi.
La crepuscolare scansione notturna del corpo e dell’anima ci viene proposta, ancora, da Giuseppe Selvaggi e riflessa nella forza schematica di Antonio Tonelli fino a contrarsi, con Salvatore Caputo, nel silenzio statuario dei versi illuminanti di Gian Pietro Lucini. Proprio dagli sguardi prendono corpo le ombre: ora durante “la nascita del sogno” tra le problematiche parole di Lorenzo Calogero tradotte, con vibrati accenti mediterranei da Peter Bartlett, oppure offerte nella rivisitazione delle ombre de “il passato” di Libero Altomare, con la fluidità espressiva di Pascal Catherine, e ancora tra la sostanza nervosa delle “ombre” di Umberto Saffiotti, così nella cromia problematica di Giuseppe Fell. D’ora in avanti si tenta la conquista della essenzialità vitale; e “L’osso” di Bartolo Cattafi ne riconsegna tutto lo sgomento, qui raccolto dalla corrosioni drammatiche e ironiche di Biagio Pancino, o, dalla “solitudine” in sestina di Mimmo Morina, si va ritemprando la monocroma sostanza figurale di Renato Tosini, per entrare, infine, nell’attrazione del gorgo di Giulio Arcangioli segnato, con perizia e trasporto, dall’astrazione simbolica di Matilde Trapassi.
Spingersi nel gioco inarrestabile e trascinatore della visione, della contemplazione attiva del paesaggio, entrando nel ritmo intimo delle cose, nella vastità interagente della realtà naturale, nelle recettive scansioni della dimensione evocativa che promana dagli interni, si costruisce, lentamente, un percorso poetico-pittorico in una dimensione ripida e coinvolgente. Disordine e trasformazione della realtà urbana, espunte dalle parole di Mario Luzi (“Città tutta battuta”), possono condensarsi, con ampia rapidità espressiva, in Massimo Campi grazie a quella tenacia metafisica consegnata al portato civile, alle stesse strutture architettoniche.
Una trasduzione della solitudine: dello scontro tra visibilità metafisica e contingenza estrema della città, dei suoi inquietanti dilemmi. Ma in “Passerò per Piazza di Spagna”, notissimo testo di Cesare Pavese, Pedro Cano proietta, lungo uno sfumato pervadente e onirico, reso struggente dalla brumosa atmosfera di doglianza e da chiarità impalpabili, quelle sensibili percezioni della “voce” arrampicata lungo le scale, inascoltata e posta tra il ‘tumulto’ della città e il cuore. E quando il luogo si addensa tra i petali della “ninfea” di Ibn Hamdis è Bruno Caruso a consegnarcela nella essenzialità del suo disegno biologico, quasi fuor dagli orpelli, condizionata dall’erosiva tempra dei verdi e dall’occhio candido del fiore navigante, in triste oscillazione, sulle acque.
Così, dopo la “ricchezza” dei segni mediterranei con le chiare parole di Orazio Napoli e il tratto scandito dalle linee parallele di Angelo Denaro, si va conquistando il “Tempio serrato” di Palazzeschi.
Sono le nebbie, le cromie sognanti e misteriose ad essere centrate da Michael Franke in tutta la loro tenebrosa fascinazione, in un travaso d’impressioni pigmentarie ove la lezione figurativa di matrice tedesca si fa cocente di germinazioni, trasportate dai venti del corpo pittorico d’uno Schinkel, votata dal mantello dei bruni, approdata, senza forzature, nelle pieghe di una letterarietà di capace impatto analitico. In questo percorso, di colpo, “L’ulivo” pirandelliano si attesta nella luminescenza postmoderna e geometrizzante di Gaetano Lo Manto, anche per quel fluire di toni pacati e, allo stesso tempo, decisi, volitivi, colmi di lirica pregnanza. La condizione, diremmo storica e mitografica della mediterraneità, sembra sostanziarsi nella difficile versificazione (abile confezionatore, in ‘tetrastica’, di tridecasillabi) di Edoardo Cacciatore.
“Il peso di un raggio” affiorato dalla perizia emotiva di Giuseppe Modica, si mostra attraversato dalle metafisiche pennellature d’un pointillisme ricreato, per attestarsi, all’unisono, nella dimensione della visione e della parola. E se la “Partenza” del futurista Enrico Cavacchioli trova vivida sostanza nell’olio malinconico di Giuseppe Montalbano, in Franco Mulas le complesse, simboliche e astratte “Strie di cielo, acque lievi, aria sonora” di Arturo Onofri, elaborano un prodotto dipanato in arcane e commosse partecipazioni alla visione, filtrate negli elementi essenziali della terra e dell’anima, del cielo e della corporea naturalità.
Poi, con la “Neve sotto la luna” di Antonio Rubino, Enzo Nucci tesse la sua poetica del paesaggio percorso da un impressionismo toccante, modellato nella cupezza del blu intenso dei notturni siciliani, e qui ritrovati, nella filtrata luce racchiusa nello scrigno della notte, dopo un’improvvisa grandinata. Protagoniste le avvertite sponde saccensi presso le ceneri selinuntine, il tutto trafitto dal corpo fenicio d’una svettante palma.
La solare “terrazza” di Luciana Frezza viene ridisegnata dalla gioiosa trasparenza di Rosanna Musotto Piazza, con pennello agile e fresco, mentre i paesaggi interni delle “piccole cose” del crepuscolare Tito Marrone, ci vengono concesse, nella loro dimensione tremante e solitaria, dalla matericità graffiante di Bice Triolo; e, con Ernesto Tavernari, artista tanto fiabesco quanto fanciullo, il celebre “Rio Bo” di Aldo Palazzeschi si riproietta nello scenario dilatato d’una fantasia sempre riconquistata. Qui è la stella del nostro passato a brillare, a volte fioca, tra le “casettine dai tetti aguzzi” e l’ “esiguo ruscello”: essi, però, sono rimasti fissi nel cuore impervio dell’uomo, nascosti e impavidi nel nebuloso centro del mondo.

Aldo Gerbino

Informazioni

CATALOGO: Elledizioni, collana “Lilium” 2, pp. 87, illustrazioni 28

PRESENTAZIONE: Aldo Gerbino

RECENSIONI: Aldo Gerbino “Prometheus” 23 maggio 2005; La Repubblica 24 maggio; Giornale di Sicilia 26 maggio; Giornale di Sicilia 31 maggio; Giornale di Sicilia 1 Giugno; www.balarm.it; Mario Cappelli www.culturalweb.it; Aldo Gerbino www.pittorica.it; Salvo Ferlito www.pittorica.it

OPERE DI: Ugo Attardi, Peter Bartlett, Massimo Campi, Pedro Cano, Salvatore Caputo, Bruno Caruso, Pascal Catherine, Sergio Ceccotti, Angelo Denaro, Giuseppe Fell, Rossana Feudo, Michael Franke, Giovanni Gromo, Anna Kennel, Gaetano Lo Manto, Giuseppe Modica, Giuseppe Montalbano, Franco Mulas, Vincenzo Nucci, Giovanni Orlando, Biagio Pancino, Rosanna Musotto Piazza, salvatore Provino, Ernesto Tavernari, Antonio Tonelli, Renato Tosini, Matilde Trapassi, Bice Triolo.

Lun - Sab, dalle 16.30 alle 19.30
chiuso domenica.

L'ingresso è libero.
Per informazioni
+39 339 686 7902
+39 091 611 4182

GALLERIA ELLE ARTE
via Ricasoli, 45
90139 Palermo
Italy