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ENRICO HOFFMAN ~ NELLO SGUARDO

ENRICO HOFFMAN ~ NELLO SGUARDO

Date
  • 06 - 21 Novembre 2009

Location
Mostra personale
06 - 21 Novembre 2009

Descrizione

Da Palermo muove lo sguardo di Enrico Hoffmann. Irraggia attorno a sé, con modestia, senza sussiego, quasi in punta di piedi, lungo una caleidoscopica girandola di segnali, palpebre, incisi volti collocati dal caso e dalla virulenza della quotidianità, spontaneamente mossi all’interno della città: attraverso strade, per metropoli europee, nel cavo intestino di sgabuzzini dal gusto orientale, votati ad antichi commerci, per porti dalle patine fenice, sulle lucenti rotaie spente nelle stazioni ferroviarie, verso asettiche prospettive di moderne gallerie d’arte. Ne risulta, così, una sorta di intimo baedeker che potrebbe essere collocato tra il desiderio di testimoniare, e, soprattutto, la volontà di partecipare dell’altrui corporeità, indirizzando fluidi spirituali, appartenenze sentimentali germinate tra il fotografo e il suo soggetto, come a voler determinare e assaporare la primaria espressione d’un sentimento sociale (così come avviene nel gesto tiepido del saluto). Tutto questo si svolge, nel tapis roulant del bianconero, concedendo, comunque, per altre temporali esigenze d’espressione, un’attenzione al colore. Ma è nella dimensione del bianco e nero che il racconto di Enrico avvolge e svolge il suo gomitolo della memoria, non soltanto della città (Servizio giardini, 1969), ma di scomparse microsocietà, di comportamenti, di frammenti caratteriali, di fogli ironici abilmente legati alla percezione e risolti in quadretti d’ambiente i cui volti costituiscono punto focale per quel far ruotare, con garbo, la scena civile e umana. È il dandy locale, incorniciato nell’agonizzante riquadro del Circolo monarchico siciliano (1969), a trasmetterci, con gustoso linguaggio non verbale, il folklorico sentimento della palermitanità condensata, per incanto, nella chiara giacca che aderisce al corpo snello della giovane figura, nel lezioso foulard acceso sul collo, sulla sigaretta fumante, trattenuta, con perversa eleganza, tra le dita della mano sinistra, mentre l’altra si affonda, con impacciato garbo, nell’irregolare taglio della tasca. Si esalta l’emblema di un tempo che marchia, con godibile amarezza, l’orizzonte di questa narrazione fotografica: una realtà già triturata in quegli anni dall’esplosione fungiforme del cemento che confezionò l’asfittico ‘sacco’ sulla città di Palermo, devastandola nella sua gentile architettura, di colpo franata, un decennio prima, tra le macerie di Villa Deliella (è, purtroppo, uno tra i tanti, troppi, drammatici esempi). Proprio tra queste macerie ogni cosa è stata inesorabilmente sepolta: dispersi mestieri, vite umane, quartieri, ideali, in una accelerazione che ai “più bei regali” del progresso ha da tempo sacrificato da dimensione etica del vivere. E dunque, La barca della sabbia (1970) assume, oltre i palmari tralci antropologici (di cui tanta storia della fotografia siciliana appare colma), un Circolo monarchico siciliano, 1969 6 significato umano più profondo, allertato dalla forza declamatoria delle masse plastiche, insistito nella assonometria dei cordami intersecati con le braccia nude del ragazzo, con i corpi dei compagni al lavoro accolti nella voragine sabbiosa a inghiottire le loro esistenze tra l’afono sciabordio delle onde e l’aggressivo macerare delle macchine cavatrici. Tale percorso riconduce alle idee sul bello espresse da Käthe Kollwitz (1867-1945), appassionata scultrice, disegnatrice e xilografa tedesca, la quale sottolineava, con decisione, la sua propensione a ritrarre i temi della vita operaia; ella stessa dichiarava, mossa da franca lucidità, come essi corrispondessero «in maniera semplice e incondizionata alla […] idea del bello. Per me – aggiungeva l’artista – il facchino di Königsberg era bello… e bella la maestà dei movimenti nel popolo.» In tale “maestà” si muovono questi valori meridionali; in essi prendono sostanza gli umili toni di quelle attività quotidiane oggi quasi del tutto scomparse: dal burlesco confino coatto in cui è relegata la simpatica “riparatrice di occhiali” al “vetturino” (1968), dai rammendatori di reti e vele (La rete da pesca; La vela, 1969) al gustoso quadretto antropologico del lustrascarpe (Lustrino) consumato dal suo lavoro, mentre, seduto su di un traballante banchetto, assolve alle sue mansioni sotto i massicci muri di un cadente palazzo barocco al confine estremo d’un bar che offre l’insegna in lamiera della Birra Messina, ‘la buona birra di casa nostra’. Dall’ironica foto del Guardiamacchina autorizzato, con i suoi occhi disciolti, abbandonati al dolente richiamo di un tempo in vacua attesa, si approda (son tutti scatti del 1969) alla Venditrice di pane, vecchia donna grinzosa che contratta la sua mercanzia, in opposizione alla sicula figura dal ventre ben esibito e dal profilo di una moto-Ape, per riannodarsi, di colpo, al volto malinconico, dal tardo sapore neorealistico, del bimbo accovacciato nel fondo del carretto (Carrettino), compreso tra la rombante sagoma di un camion e lo sfocato profilo d’un anonimo condominio. O ancora si scorre dall’icona rurale della Venditrice di cesti pensosamente posta sul malfermo dorso d’asino al volitivo Maniscalco (1970), dal gentile quanto didascalico tocco sul “fotografo” con macchina e cestino espositivo (Le foto al muro, 1972) a Lavatoio (1972), al commovente Beccapianeta (1970), compreso tra gli sguardi acerbi dei bambini ritratti per strada, e la leziosa trasparenza dell’innocuo pappagallino cui viene affidata la responsabilità dell’alto magistero astrologico. Poi, la rattristata componente ludica prende il sopravvento, diviene predilezione creativa: dal taglio astratto e minimale de Il giornalino (si confronti anche con la foto Falegname del 1974) si sfocia al brioso gioco dell’acqua catturata da una fontanella in ghisa (Lo schizzo), in cui la figura del monello si amplifica, in movenza rustica, nel dinamismo del gesto, semplice, liberatorio. Le toccanti immagini dei bimbi ci raggiungono e ci conquistano mentre agitano gli occhi tra le feritoie cartacee di carnascialesche mascherine, oppure ci sorprendono con i loro berrettini conici ad incorniciare, amorevolmente, i faccini pallidi e lievi delle bambine còlte sull’ingresso d’una abitazione povera: muri screpolati, erosi, a delimitare una soglia irregolare e angusta o una porta dagli infissi tarlati (Carnevale povero; Intreccio, 2001 7 Mascherine, 1970). Ancora d’altri fanciulli si narra, in coloro che si accompagnano ai genitori diretti ai campi: quadro d’una famiglia tedesca (Ritratto sul trattore, 1970) sorta in quel terminale di tempo in cui, per citare un commovente libro poetico di Stefano Vilardo, Tutti dicono Germania Germania, (pubblicato da Garzanti, in prima edizione, proprio in quegli anni, 1975), per necessità, si continuava a partire alla disperata ricerca di un lavoro fino a raggiungere il centro dell’Europa, magari dopo aver fallito in Argentina o in Venezuela, oppure in Australia. Si emigrava (erano, ormai le ultime piccole falangi), ci si affollava, per quest’ultimo scorcio di tempo, nei vagoni ferroviari speranzosi in un mondo migliore, o al fine di ricongiungere le famiglie (In partenza; Si parte, 1970). Così si dice, di questi dolori tradotti e ricreati in versi, con Vilardo, il sodale di Leonardo Sciascia: «Prima che arrivasse mia moglie / ho affittato la casa / una stanza di dodici metri quadrati / per trentamila lire al mese / il letto a castelletto come in baracca / Questa è bella mi dissi / per un motivo o per un altro / non posso più fare l’amore con mia moglie / come Dio vuole / ma non ho manco fiatato / che non volevo finire sulla strada / Ma meno male che sta Germania esiste». Il mondo, per chi è rimasto, può essere letto ugualmente con gli occhi della donna del popolo dalla vetta del suo balcone (Al balcone, 1970), in una proiezione che ci riporta a tagli figurativi amorelliani, quando rappresentava antichi quartieri di Palermo, modesti interni; un balcone che si configura quale estensione della casa, luogo di rappresentazione sociale (la donna si esibisce, ora, nei suoi abiti migliori, ordinata nella pettinatura mora, con uno sguardo offerto all’indifferenza), nel bagaglio dimesso di sufficiente curiosità, in positura metafisica, direbbe Brancati parlando dei siciliani della costa occidentale. Balcone avvolto in un reticolo di drappi: dalla leziosa tenda dal filato semplice alla ordinaria banda di tessuto, a costituire uno zoccolo alla base del balcone (per evitare sguardi indiscreti), all’arredo fondamentale (graste, canna da stendere, mollette, tendina da esterno); da questo, infine, passare alla bonaria figura del Brigadiere (1971), o, più avanti, alla microepopea dei conquistatori del pane con la milza (Il panino con la milza, 1975). Un’immagine dove sguardi e bocche masticanti s’incrociano in quell’altare panormita elevato a gastronomia da strada efficace e ridondante, luogo di soddisfazione corporale e territorio d’incontro e di liminari conversazioni immerse nel gusto di una atmosfera pregna di afrori minacciosi, vagoli, per disastrati mercati arabi, da cui occhieggia, per un’oscura ferita abitativa, l’oleografia di un rassicurante ‘san Giuseppe con Bambino’. Le icone più recenti trascinano e confortano la poetica connaturata nell’occhio e nella mente, sin dagli anni della formazione e per successivi decenni; un diario cospicuo di viaggi, un obbiettivo pronto a fissare, quali appunti emotivi, porti, volti, atteggiamenti, fisionomie attraverso paesi diversi, alla ricerca di denominatori comuni. Dalle lontane visitazioni francesi (Montmartre, 1975) ai percorsi londinesi attuali, Hoffmann restituisce il suo approfondimento rivolto alla comunicazione sociale, all’imprinting psicologico. Così, dalla vivace immagine di Hyde Park (2007), centrata sull’offerto, e pur composto, corpo femminile, nell’elegante insistenza dei bianchi, l’intimo fascino colloquiale viene profuso dalla Coppia canadese a Londra (2009): il bianco insistito dei loro abiti illumina volti e sguardi complici al processo fotografico, in un effetto chroma key da cui rifulgono floreali drappeggi barocchi, raffinate incisioni. Ed è sempre il bianco a governare, con la sua forza d’impatto, le immagini museali e d’arte (Intreccio, 2001; Arte moderna, 2008; Al museo, 2009) nelle quali lo squarcio euclideo si offre in tutta la sua capacità di variazione, o potenziato, come in Visita guidata (2009), dal contrasto somatico delle donne in primo piano, 8 quasi affiorate da un fondo luminescente e anonimo; allo stesso modo per il corrusco effetto dei copri capi in Muslims (2009), o nella folgorata immagine della ragazza di Piana degli Albanesi (minuscolo centro della provincia di Palermo; Chianiota, 2008): pupille profonde e quiete che sopravanzano il rabesco del ricco costume focalizzato nel fiocco tra i capelli e nell’incedere informale della sospesa trama del fondo. Su questi fogli ecco entrare, quale bizzarra e impetuosa folata di vento, tutta la mediterraneità dell’espressionismo siciliano, a devastare a ricomporre l’interno palermitano: dal bottegaio di via Calderai (Bottega in via Calderai, 2009) alla dinamica neobarocca di Aspettando la Santuzza (2008). Una scena caricata di popolaresca empatia, di cinetiche sfocature nel raffronto di due blocchi umani: quello dei fanciulli e quello degli adulti, temperati dall’apparizione epifanica della giovane donna in nero, dal profilo greco, che porta all’orecchio un cellulare. L’umana mise en scène prende rigorosamente vita in un marciapiede, ulteriore propaggine della vita d’interno sul quale esternare gioia e lutto, attesa e conflitto. Un vigore plastico richiama, per altri complementari aliti, quello del mondo operaio, d’una Sicilia che convoglia povertà e speranza, miseria morale tra indifferenza e sospetto, magari nella luce variopinta e intermittente d’una luminaria, come – ricordiamo – l’intenso volto, consegnato in una foto di Scianna, del poeta futurista Giacomo Giardina. Visi, pupille, incrociati nella piattaforma umana, nella convinzione simmeliana che soltanto «nel viso essi si coagulano in forme solide, capaci di rivelare l’anima». Lo sguardo, il volto «erede del corpo», per Georg Simmel; lo sguardo, il volto, qui, erede dei sentimenti cangianti d’una società. Dei sospiri lievi, fragili.

Aldo Gerbino

Informazioni

CATALOGO: “Elledizioni” collana “Oronero” 2, pp. 63, illustrazioni 47.

TESTO: Aldo Gerbino.

PATROCINIO: Associazione culturale Proserpina; Accademia delle Scienze mediche; Università degli studi di Palermo.

RECENSIONI: “Giornale di Sicilia” 6 novembre 2009; “Giornale di Sicilia” 8 novembre 2009; “Giornale di Sicilia”; “La Sicilia” 17 novembre 2009; “www.arslife.com” 14 novembre 2009.

Lun - Sab, dalle 16.30 alle 19.30
chiuso domenica.

L'ingresso è libero.
Per informazioni
+39 339 686 7902
+39 091 611 4182

GALLERIA ELLE ARTE
via Ricasoli, 45
90139 Palermo
Italy