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ROSSANA FEUDO ~ OPERE 1992-2006

ROSSANA FEUDO ~ OPERE 1992-2006

Date
  • 01 - 30 Dicembre 2006

Location
Mostra personale
01 - 30 Dicembre 2006

Descrizione

È vanto ed anatema dei sofisti (ancor oggi) poter sostenere consecutivamente due tesi opposte. Questo significa che le possibilità della lingua sono indipendenti dall’oggetto su cui essa esercita le sue circonvoluzioni.
Si può fare una bellissima descrizione dell’universo e delle sue leggi senza che il prodotto rispecchi una qualsivoglia obiettività circa le galassie ed i loro moti.
Terreno particolarmente minato quello relativo al giudizio estetico.
Già la parola verità indispone. La verità dei sentimenti e della disposizione alla bellezza può portare agli antipodi della stessa e generare una bellezza d’accatto, quella che Goffredo Parise considerava frutto della sottocultura.
Per dare un giudizio attendibile, è necessario che le parole non rispecchino solo una logica interna, ma si attaglino all’oggetto esaminato con disincanto e autentica libertà di ricerca. Il risultato sarà sempre sub judice, perché altri individui potranno ribaltare valori all’apparenza definitivi, perspicui ed universali.
Rossana Feudo propone da decenni una pittura eclettica (sia detto senza malizia), ancorata com’è a stilemi e modi risalenti alla Scuola di Fontainebleau, al trompe l’œil settecentesco, ai Preraffaelliti, ancora a qualche ingegnosità surrealista.
Ce n’è a sufficienza per chiudere il libro dei sogni e non pensarci più. Tuttavia, la sua pittura educata, non proterva, riproposta con costanza e fedeltà ai propri modi, rifiuta di farsi cestinare così facilmente. Tralasciamo per ora la considerazione dei suoi estimatori: uno non ha ragione solo perché gli altri gli danno ragione.
In passato è già successo che alcuni andassero in controtendenza, rifiutando i tempi nuovi e riproponendo realtà estetiche e culturali perenti.
Che bisogno aveva Adriano di rifare il Pantheon tale e quale 100 anni dopo? Perché centurie di letterati di mezza Europa si son messi sulle orme del Petrarca, spesso dignitosamente, a due secoli di distanza? Che cosa spingeva Federigo da Montefeltro a rifiutare la “volgarità” dei libri a stampa, continuando a leggere manoscritti miniati? Questi costituivano un genere ad esaurimento ed in piena decadenza ed il duca non poteva non rendersene conto, eppure perseverava.
Non parliamo poi dei Lawrence Alma Tadema e degli Albert Moore, chiamati “neogreci” per l’estrema rifinitura della loro produzione smagliante e sensuale. Siamo in piena epoca impressionista; i contemporanei dettero ragione ai “neogreci”, i posteri rovesciarono la piramide.
Di Rossana Feudo ci sono almeno due autoritratti e la raffigurano marmorizzata, pronta per i posteri, pur se in un caso assume l’aria sorniona di chi la sa lunga. È evidente che in lei opera una fuga dalla contemporaneità e dalla realtà quotidiana.
Le sue figure, prese a prestito dalla galassia vittoriana hanno la bellezza impeccabile ed intangibile di chi è fuori dal circuito esistenziale. Le donne sono belle, hanno corpi sdutti e adolescenziali; i bambini sembrano il concetto incarnato della fanciullezza. I rari uomini rappresentati non denunciano a prima vista alcunché di anomalo, se non fosse che si chiamano Oloferne, Giovanni Battista, Icaro, Edipo, Orfeo, tutta gente che ha fatto una brutta fine, quasi sempre accelerata. L’osservazione appartiene tuttavia alla sfera psicanalitica e lascia indenne il giudizio sulla pittura.
Cominciamo dalle “nature ferme”, come le chiamano i nordici. Uve, pesche, prugne, limoni, melagrane hanno la perfezione smaltata della vita che ha raggiunto il colmo e non può essere revocata, mentre la pittrice non vuole nemmeno che proceda oltre nell’atto di decomporsi.
Se si guarda una natura morta napoletana se ne sentono i sughi, gli umori; si sa che di lì a poco quella congerie di materia organica diventerà repellente. Già le mosche ed i topi lo sanno, e la loro presenza è un ribadimento del decorso incombente: siamo al précis de décomposition per dirla con Cioran. La natura ferma nordica (e quella di Feudo) non corre codesto rischio; ci sono insetti e coleotteri e gocce di rugiada, ma servono a moltiplicare gl’incidenti disegnativi, a dirigere l’occhio in più punti, in modo da non contentarsi di un unico colpo d’occhio.
Che cosa si paga in questa presentazione perfetta di tulipani e rose, di formiche e libellule? Un po’ l’effetto tarsia, la sottrazione alla fluttuazione della vita, quella che i giapponesi chiamano ukiyo-e.
Se passiamo alla rappresentazione femminile si ottiene lo stesso risultato. Dubito che ci sia un solo ritratto eseguito dal vero. Le teste, i busti, i corpi sono arieggianti alla storia dell’arte, alle fotografie vittoriane e ad altre fonti che eliminino il rischio della flagranza. La Medusa, derivi da Khnopff o da Von Stuck o da un altro ancora, non induce repellenza né una sensualità ardita; semplicemente si fa guardare con curiosità come se fosse disinnescata da un vetro interposto.
A questo proposito, molto spesso mi sembra che Feudo lanci una sfida a riconoscere da dove abbia tratto certi spunti, ben dissimulati poiché alla fin fine l’immagine è sua e non del prestatore. Così ci possiamo divertire a rintracciare Runge, Leighton, Sofonisba Anguissola, Rubens, Jan Bruegel come se risolvessimo sciarade. C’è un Nudo, giacente su un alto letto, che ha incuriosito un ramarro. Il concetto, neutralizzato nel suo significato disturbante, deriva da Fuseli, mentre il nudo, fatto ruotare, ricorda di più Ingres. Inutile dire che la Foresta ha molto da spartire con Magritte e con Ernst. Repertoriati gl’imprestiti e le citazioni, a che punto siamo col giudizio di valore?
Improvvisamente il giuoco termina e siamo impegnati nella ricerca del punto critico, quello che fa ghiacciare di colpo il sistema o sublimare la materia.
Feudo sa disegnare, colorare, illuminare, mettere in prospettiva, comporre; ella s’ingegna anche nell’invenzione d’immagini speciose; la sua tecnica è minuziosa e paziente come quella dei miniatori medievali; ella rifiuta il movimento in quanto ha ricondotto il passato nel suo presente e si rifiuta al futuro. La sua opera ignora il tempo, poiché la perfezione è un punto senza svolgimento. I suoi dipinti sono impassibili, senza trasalimenti, e non fanno trasalire. Inducono un piacere estetico casto e coltivato. Se ci sono residui spuri, questi appartengono alla mente del pittore e restano consegnati in certi anfratti della narrazione, la pittura in quanto tale appare adamantina e sorgiva, come pensata in un eden appartato. Voi direte: non ci sono eden appartati in questo mondo.
Che posso rispondere? Rossana Feudo se n’è trovato uno tutto suo.

Enzo Bilardello

Informazioni

Palazzo dei Normanni
Sale Duca di Montalto – Palermo

CATALOGO: Edizioni Fondazione Federico II, pp. 110, illustrazioni 76

PRESENTAZIONE: Enzo Bilardello

PROMOSSA DA: Assemblea Regionale Siciliana, Fondazione Federico II

RECENSIONI: “La Repubblica” 1, 5 dicembre 2006; “Giornale di Sicilia” Guida Città 1, 2, 3, 7, 10, 12, 17, 30 dicembre 2006; Aldo Gerbino “Gazzetta del Sud” 10 dicembre 2006; “Anteprima” dicembre 2006; Giorgia Governale “Cronache Parlamentari Siciliane” novembre 2006; “Corriere della Sera Magazine” dicembre 2006; Riccardo Di Virgilio “Golf & eventi” gennaio 2007; Mario Cappelli “Il Resto” 20 aprile 2007; Mario Cappelli “Amo Roma” maggio 2007; Costanza Cerioli “Chapeau” maggio 2007.

Lun - Sab, dalle 16.30 alle 19.30
chiuso domenica.

L'ingresso è libero.
Per informazioni
+39 339 686 7902
+39 091 611 4182

GALLERIA ELLE ARTE
via Ricasoli, 45
90139 Palermo
Italy