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ANDREA ATTARDI ~ VETRI, PORTI

ANDREA ATTARDI ~ VETRI, PORTI

Date
  • 23 Gennaio - 04 Febbraio 2009

Location
Mostra personale
23 Gennaio - 04 Febbraio 2009

Descrizione

I toccanti versi gemmati dal testo poetico “Vetri”, inserito nella mirabile raccolta del torinese Carlo Betocchi, Realtà vince il sogno (1932), pur con toni e finalità diverse dalla vitrea proiezione delle foto di Andrea Attardi, consentono di restituire, in ambedue le coscienze creative, una dimensione tendente all’infinito. In questa, proprio attraverso le barriere della trasparenza, sembra stia celata quell’innata volontà di germinazione capace di svelare la sacrale epidermide che riveste esistenze forti e luminose. Così, come in Betocchi, i vetri rappresentano «la strada maestra / d’ogni nuvola che avanza», e, in particolare, questi scatti di Andrea, si trasformano in palpitanti infiorescenze d’una città contraddittoria, quale Palermo è, la quale, tra rinascite e cadute, sembra, tutto sommato, votata verso un’irredimibile corsa nel nulla, quasi proiettata in un lento, inesorabile vortice autodistruttivo. Da questo pare che nessuna rete posta ad arte possa essere stata, né in passato, ma, con amarezza, neanche in un ipotetico futuro, in grado di salvarla o di offrire primavere di redenzione. Ne è testimonianza palmare il ventaglio offerto da quel particolare strato sociale legato alla politica, e che, di continuo, si esprime con tutta la sua invasività nel tempo che avanza: strato estremamente aggressivo, sostenuto da un inconsistente spessore morale nei confronti del quale viviamo tutti in mortificante contiguità. Ma sopra questo denso cumulo di argilla la città, per sua natura, diremmo per sua tensione vitalistica, continua a gemmare, tra gli alberi di siliquastro nel vivace rosso viola dei suoi fiori setosi, le jacarande violacee, tra le corisie spinose e panciute e le palme morenti; ed è incapace a sottrarsi alla luce, che, da elemento fondante, ora mostra, impudicamente, le nefandezze, ora oppone ad esse quel rigoglio germinativo, città comunque pronta ad irradiare verso l’incerto futuro le sue aspre propaggini. Talché la valenza metaforica che cova nella insistita e vivace catenaria di fotografie sull’‘Orto botanico’ (particolarmente: Orto botanico, 2003; 2004 e 2005b), esplode in quella patina d’impronta meridionale adatta ad infoltire, a dispetto di ogni pur macabra evidenza, quella ‘joie de vivre’ subito attenuata. Nella sua Guida pratica di Palermo, stampata a Milano con i tipi dei Fratelli Treves in un lontanissimo 1882, per l’occasione del VI Centenario del Vespro Siciliano, Enrico Onufrio, palermitano di forte tempra intellettuale (fu di- rettore, con Angelo Sommaruga, della milanese «Farfalla», un periodico intriso di provocatorio quanto lirico estetismo; e, camicia garibaldina, scrittore di preciso impegno civile), nella prima parte, “La città a volo… di calesse”, annota: […] Palermo senza sole è come un fiore senza profumo. Bisogna goderla appunto allorchè il grand’astro la inonda dei suoi raggi tiepidi e biondi, ed essa distende voluttuosamente le sue gigantesche membra di pietra, sotto l’azzurra campana del suo cielo cristallino e terso. Il sole è il primo e più vitale nutrimento dei palermitani; e mi affretto ad aggiungere, che il buon Dio, nella sua infinita misericordia, gliel’accorda quasi tutti i giorni. E che festa, allora! che allegria dolcemente tranquilla si espande per quelle sue strade marmoree! come tutta rifulge la grande città! come tutto è luce, e calore, e vita nel suo corso, nelle sue piazze, negl’intricati labirinti dei suoi quartieri, nelle sue marine, nei suoi viali suburbani, che ti conducono all’aperta campagna pittoresca e verde. E di luce, insistiamo, godono le immagini terse di Andrea; luce che nutre le ninfee, adagiate inconsapevolmente sulle acque immote delle grandi vasche, luce per le vaste serre, per i corpi insinuanti delle cactacee, e poi quella che si distende sui litorali colti nei momenti di quiete: da Vergine Maria (1989), sovrastata dall’ombra massiccia del Castello a Mondello (1993) dall’ampia battigia su cui una barca è abbandonata, indolente, alla sabbia, fino a intricarsi nella ragnaia di fili, gru, cavi d’acciaio, bacini, sartiame, bitte e nuvole pruriginose di piogge, dei Cantieri navali (1997; 1999). Per altri momenti il guscio luminoso si addensa nella metafisica emersione dello skyline neogotico della tonnara e del mulino a vento, che volle Vincenzo Florio alla metà del XIX secolo, all’Arenella (2002), dove il merletto stilistico firmato dall’architetto Carlo Giachery, affronta la compattezza litica dei massi ritratti in primo piano e spalmati dalla chiarezza riverberante della luce riflessa. Ancora nel Porto di Sant’Erasmo (1998) soggiogato dalle lievi onde del golfo panormita (quelle amate increspature che sono traccia storica nei noti dipinti di Francesco Lojacono e della lunga schiera di epigoni fin oltre le sentimentali tavole di Nino Teresi, o lungo le candide e lievi pennellate su Palermo di Michele Dixit), ai rilievi del Monte Grifone e delle nubi schierate, come una flotta, su di un cielo diafano e sulle terrazze di maiolica consunta, è di continuo la stessa luce a segmentarsi nella solitaria e mesta cabina balneare (Mondello, 2000) in metamerici piani proditoriamente filtrati tra le usure umide dei legni. Ed è sempre la luce, qui lontana dai percorsi antropologici offerti dalle antologie visive di molti artisti siciliani appartenenti a diverse generazioni fotografiche (da Enzo Sellerio a Letizia Battaglia a Giuseppe Leone a Melo Minnella; e, sulla città, dagli Incorpora a Bronzetti, e, più di recente, ad Angelo Pitrone), che si aggetta nel viario della città federiciana trascinando con sé un mantello incidente di realismo lirico, fuori dal trash, così come appare visibile in Via Croce Rossa (uno scatto del 1990), in cui si mostra una città di fine XX secolo paradossalmente e consistentemente permeata di sapore postbellico (d’altronde sappiamo bene quanti di questi squarci risalenti al secondo conflitto mondiale persistono nel tessuto architettonico del centro storico palermitano, a fronte degli innumerevoli e costosi progetti di un sempre tardivo piano di risanamento più spesso votato ad un maquillage utile agli imbellettamenti di inquietanti figure del mondo politico). Lo stesso può affermarsi per Via Maqueda (1991), o, attraverso moduli umbratili, vengono consegnate intense suggestioni goethiane per il Tempietto di Vesta (1994) o Piazza Pretoria (1992). Quando il dato antropologico, come in occasione del ‘festino’ del 1997, è raccolto nel fuoco di Andrea Attardi, si trasforma in getto surreale, così la foto Piano della Cattedrale appare avvolta da ialini e mobili lemnischi; essa rimanda a liquide sensazioni, e il dettaglio, come in Piazza della Rivoluzione, lo storico luogo ove abita la statua del Genio di Palermo, traduce tale gioco nell’immagine delle teste di manichini ornati da multiformi copri capi. Un esercizio estraniante, e, per certi aspetti, provocatorio, nella misura in cui l’effetto metafisico diventa oggetto onirico, di una oscura calligrafia, come rimarcato in altra vetrina, l’Extra bar (Politeama) del 1997, per concludersi, infine, nel “silenzio e preghiera” del Santuario di Santa Rosalia (2005) in cui, al debole effetto flou, si offrono trame di kenzie dilatate in tattili e barocchi flabelli. Il tragitto di Andrea sembra, allora, che si vada sempre più rarefacendosi (dalle prove datate negli anni Ottanta con Sul palcoscenico di Minerva, al 1998, con Atlante di Sicilia corredato dal parametro ineludibile della memoria opportunamente segnalata da Enzo Siciliano). Una rarefazione che non riguarda le linee esclusive delle città, dei soggetti architettonici, degli elementi umani e delle icone raggruppate nella ‘corsa’ per i ‘dintorni’ (termini che attingiamo dal celebre Dizionario delle strade di Palermo del 1875 redatto dal dotto accademico Carmelo Piola), bensì l’assorbenza di una ‘iperdiafania’ della coltre visiva data dalla interezza del territorio. Essa rende, anche per quella ricercata alternanza con le ombre: immagine d’obbiettivo tesa al superamento degli orizzonti, alla definizione di quell’infinito ideale che anche la veduta può restituirci e che, attraverso vetri e nubi e ombre e allusioni metafisiche, costituisce silhouette e corpo essenziale d’una poetica, respiro di una tensione, di un’ansia.

Aldo Gerbino

Comunicato Stampa

COMUNICATO STAMPA
LA GALLERIA ELLE ARTE DI VIA RICASOLI N° 45, PALERMO,
COMUNICA CHE VENERDÌ 23 GENNAIO 2009 ALLE ORE 18, 00 SARÀ INAUGURATA
LA MOSTRA FOTOGRAFICA DI
ANDREA ATTARDI
VETRI, PORTI
UNA CORSA PER PALERMO E DINTORNI
Fotografie 1989-2008
E’ una Palermo decisamente insolita, quella che lo scrittore e fotografo Andrea Attardi (Roma 1957) presenta con la mostra “Vetri, porti” – Una corsa per Palermo e dintorni – fotografie 1989 – 2008 (con testo critico in catalogo di Aldo Gerbino). Trentadue immagini in bianco e nero di grande formato per descrivere e restituire una visione per nulla turistica o convenzionale; fotografie dove scompaiono gli stereotipi indotti da una comune oleografia del capoluogo siciliano: Vucciria e Cappella Palatina, gastronomia, dolci, gelati e sangue di delitti.
In questo caso, invece, l’obiettivo di Andrea Attardi ha indagato, durante quasi un ventennio, la Palermo invisibile che il visitatore frettoloso o “pilotato” da un circuito prestabilito non riuscirà mai a scorgere.
Ecco allora la sciroccosa polverosità delle serre dell’Orto botanico, la corrosione metallica degli sconosciuti cantieri navali del porto; i cieli-caleidoscopio disegnati dalle nuvole e dai riflessi del mare; e ancora la simbologia di un’oggettistica a prima vista banale, come il ricamo di una tenda in controluce, una serie di cappelli dietro una vetrina, l’interno dimesso di una cabina balneare a Mondello, oppure l’avviso che invita al silenzio e alla preghiera dentro una chiesa; e insieme la successione di personaggi quanto meno introvabili, quali un’elegantissima rappresentante della nobiltà (seduta però su di un divano consunto), un barista che si aggira solitario in Piazza Pretoria, o due ragazzi che inspiegabilmente fuggono dalla Cattedrale ignorati da un cane.
Immagini atipiche e atemporali, difficilmente collocabili in una fotografia di cronaca da reportage o di avanguardia concettuale; eppur venate da una sorta di enigma metafisico che soltanto la cattura di un istante decisivo e irripetibile può donare.
Quello di Andrea Attardi è dunque un ritorno nella città siciliana che lo ha ospitato come docente di Tecnica della Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Via Papireto dal 1984 al 1995; come è possibile evincere dalla sua opera fotografica, un’appassionata indagine intorno ad uno dei luoghi più affascinanti e controversi del Mediterraneo.
La mostra si protrarrà fino al 4 FEBBRAIO 2009.
Ingresso libero. Orari 16:30/19.30. Chiuso domenica.
Per informazioni tel./fax 091-6114182; e-mail ellearte@libero.it; www.ellearte.it.

Laura Romano

Informazioni

CATALOGO: “Plumelia Edizioni”, pp. 93, illustrazioni 74.

TESTO: Aldo Gerbino.

RECENSIONI: “La Repubblica” 23 gennaio 2009; “Giornale di Sicilia” 23 gennaio 2009; “www.culturalnews.it” 20 gennaio 2009; “www.clickonair.it” 23 gennaio 2009; “www.siciliainformazioni.com” 27 febbraio 2009; “www.undo.net” 23 gennaio 2009; “www.balarm.it” 22 gennaio 2009; “La Sicilia” 29 gennaio 2009; “Giornale di Sicilia” 7 febbraio 2009.

Lun - Sab, dalle 16.30 alle 19.30
chiuso domenica.

L'ingresso è libero.
Per informazioni
+39 339 686 7902
+39 091 611 4182

GALLERIA ELLE ARTE
via Ricasoli, 45
90139 Palermo
Italy